Trascrizione dei testi delle meditazioni

Dopo l’audio, presentiamo i testi delle meditazioni trascritte ma non rivedute e corrette dall’autore P. Antonello Erminio. 

Mercoledì 17 agosto: 1a meditazione

PERCHE’ GLI ESERCIZI SPIRITUALI?

Immaginate un bicchiere d’acqua e metteteci dentro un po’ di vino. Che co­sa capita? Capita che quel vino si con­suma, si svuota di sé stesso dentro all’acqua, per cui quel vino alla fine quasi non si sente. È quello che capita molte volte, anche a noi cristiani. Siamo all’interno di un mondo che è come questo bicchiere di acqua e noi che ab­biamo il sapore e il gusto delle cose di Dio rischiamo di essere in qualche mo­do annegati dentro a questo mondo. Tante volte parliamo di missione, di testimonianza, in realtà poi finiamo per assorbire, assimilare la logica di tutti. E questo è il rischio che noi continuamente viviamo, perché vivere secondo la logica del mondo ha una sua facilità per noi che siamo stati già, in qualche modo bacanti fin dall’origine, perchè il mondo abita dentro di noi. E noi siamo chiamati a salvare questo mondo perché questo è il com­pito che Gesù ci ha insegnato. Andate in tutto il mondo a battezzare … cioè immergete i fratelli in un rapporto con me. Ecco perchè noi dobbiamo recuperare l’immersione in questo rapporto. Se determiniamo la caratte­ristica del mondo in cui viviamo e che noi chiamiamo mondo moderno, noi vediamo che esso ha sostituito il rapporto con il mistero con quello del po­tere. Infatti, quale percezione abbiamo di quello che siamo? Chi sono io? Io sono un miracolo, perché non sono nato da me stesso. Mi son trovato ad esistere, ma non sono io che mi sono creato e tutto mi è dato. Sono all’interno di un rapporto che mi costruisce in continuazione.

Continuamente io sono ridato a me stesso. Il mondo invece ha perso il rapporto con il mistero sostituendolo con il potere: Io mi costruisco da me, io mi devo autorealizzarmi, io posso, io mi affermo, io valgo… e noi siamo circondati da questa aria. I giovani vivono di questo ed è ciò che li rende tristi. Il nostro mondo è triste perché, avendo tutto, ha perso il sen­so che dà gusto alla vita, alle cose. Oggi il lavoro è pensato semplicemente come il luogo per portare a casa i soldi. Il lavoro deve invece essere quel luogo dove esprimere un significato. Nella società odierna il rapporto con il mistero che ha dentro di sé la potenza di dare soddisfazione profonda alla nostra umanità è stato sostituito dal potere. Noi, invece, siamo rela­zione con il mistero della vita che è la fonte della nostra umanità.

Pensate voi mamme che dovete lavorare in quella guerra continua che è la cucina, perché appena l’avete finita tutti i proiettili sono già spariti e dopo un poco bisogna ricominciare anche a preparare altri proiettili. Parlo di battaglia perché così è se non date un senso a quello che fate per qualcu­no. Se non ha un senso, perché tanta fatica? Quindi la sostituzione del po­tere al rapporto con il mistero, il mistero che fa tutte le cose e che ha den­tro di sé la potenza di dare soddisfazione profonda alla nostra umanità. Ri­cordiamo, noi siamo fatti per il mistero, perché noi siamo relazione con il mistero della vita. Il mondo moderno ha elaborato la figura di un uomo che non ha bisogno di alcun fondamento estraneo. La figura di un uomo che non ha bisogno di nessun fondamento estraneo a sé. Un uomo che di­ce: io basto a me stesso e non tollera nessuna norma che sia fuori e al di sopra di sé stesso. Questo è il mondo che ci assedia.

Ecco, nel cammino che faremo in questi giorni io vorrei che ci ricollocassi­mo nella verità di noi stessi che ha una parola magica: Amore. Una parola che non può mai essere data per scontata e da cui noi tutti siamo stati af­fascinati almeno qualche volta. Una parola bistrattata, una parola che vie­ne oggi umiliata perché è ridotta a piacere, a possesso sotto forme svaria­tissime. Per cui è un po’ come un camaleonte che si nasconde a seconda della situazione. E che però, quando tu riesci a trovare la vena giusta, di cosa vuol dire volere bene, allora scopri ed è come quando in montagna vedi un rigagnolo d’acqua che scende giù dal nevaio e lo senti gorgogliare e quando ti avvicini ti disseta. Perché quando uno ha percepito cosa vuol dire volere bene e più ancora di sentirsi amati allora percepisce che è arri­vato a toccare la sorgente dalla vita, ciò che dà vita e lì c’è Dio.

Dio è questo essere assoluto, questo grande sconosciuto che è all’origine di tutto. Dio è il respiro, è colui che dà vita. Questa è la rivelazione che Cri­sto ci porta. Il mistero di tutte le cose, Egli ama la sua creatura perché la vuole. Ma c’è un problema che è quello di passare da un’idea generale del Libro a me. Quel mistero che fa tutte le cose crea me, e mi vuole bene, mi ama e se il Signore ci fa grazia di percepire questo, di fidarsi, di dargli fidu­cia, ecco questo è il primo grande atto di fede. Per accorgersi di questo bi­sogna credere e giocare la propria libertà. Il mondo di oggi sta opprimen­do la nostra libertà perché ha perso il contatto con il mistero. Nel vangelo Gesù incontra le persone ad una ad una. Dio sceglie me e sceglie te. Io non so perché sono nato: mi è accaduto e non sono dentro ad una catena di montaggio perché sono una persona e sono chiamato a rispondere a Dio in prima persona. Il primo atto di fede è quello di credere al mistero che mi ha voluto alla vita. Quando una persona si sente dire ti voglio bene, è già una gioia grande, ma sentirselo dire da Dio è meraviglioso e questo è il cuore della rivelazione. Cerchiamo di sentire e cogliere questo evento dentro di noi! Il problema non è tanto essere amato ma di sentirsi amati. C’è una grande diversità: essere amato è generico, sentirsi amato vuol dire il coinvolgimento di tutta la sensibilità interiore e percepire dal di dentro come un accorgersi che non sei abbandonato a te stesso. Tante persone hanno la percezione di non sentirsi amate. Ma se siamo fedeli alla parola di Dio, ci viene data questa percezione del sentirsi amati ed è per questo che siamo guariti e salvati. Attenzione però che questo fatto non va da sé, perché noi siamo aggrediti da tutta la contingenza della vita, dalla fatica della vita, dalla sofferenza, dal limite, che continuamente suggeriscono: Ma no, non è possibile! Si sente la tentazione e vincerla vuol dire percepi­re che questo senso della vita rischia di essere affogato dentro di noi dallo scetticismo. Dobbiamo accettare di essere all’interno di un limite conti­nuo, noi vorremmo essere come Dio ma invece siamo creature, vogliamo la vita eterna ma dobbiamo morire. Ma la vita c’è e dobbiamo rendere conto. Noi siamo coloro che giocano spostando l’ago della bilancia e di­cendo: Io ci sto! Io mi fido! Io mi consegno! Ma il passaggio ulteriore è un altro: che la grazia dello Spirito mi faccia percepire che sono amato. Sen­tirsi amato è molto di più di essere amato, perchè genera vita. Questa è la percezione persuasiva di una relazione che sta dentro di noi e ha la capaci­tà di farci respirare, di farci stare bene e in pace.

Noi in questi giorni dobbiamo aiutarci a comunicare che Dio non solo ci vuole bene, ma che ci dà la grazia di sentirci amati da Lui.  È Lui che ce lo dice, è scritto nel Libro che ci è stato consegnato dai nostri Padri.

Quando leggo la parola di Dio è Dio che mi parla. C’è un’espressione che da questo punto di vista ha una finezza infinita, bellissima. Immaginate il racconto in cui l’uomo è stato creato con il soffio di Dio, nella libertà. Que­st’uomo si lascia tentare, vuole essere come Dio. E allora Dio dice, va be­ne, hai voluto essere autonomo, hai voluto essere alternativo a me, va be­ne, vai. E come creatura avrai la tua fatica di stare autonomamente dentro al mondo, perché se ti fai il padrone del mondo, adesso sentirai cosa vuol dire il mondo. Capirai che cosa vuol dire la fatica del mondo. Senza di me sarai solo! E cosa fa il Signore Dio?  “Fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li rivestì”. Questa immagine è fantastica! È il gesto di Dio nei nostri confronti per dirci quanto gli stiamo a cuore. Tu sei un bene per me e io non ti abbandono.

Noi leggiamo queste cose in maniera banale, ma non sono banali. Noi dobbiamo entrare in questi sentimenti della vita e lasciarci toccare inte­riormente, quindi chiedere allo Spirito che abbia ad alimentare il senti­mento che la vita consiste in un rapporto con il mistero che ci fa e che perciò siamo chiamati a lasciarci fare, a lasciarsi amare.

mercoledì 17 agosto: 2a meditazione

Cosa soddisfa veramente il nostro desiderio?

Esistono cose che noi facciamo fatica a capi­re, perché siamo molto ancorati alla realtà terrena, quella che noi riusciamo a domina­re, a controllare, mentre le cose spirituali è co­me se dentro la nostra vita diventassero fati­scenti, come se fossero dei fantasmi. In­vece dobbiamo imparare a capire che, quan­do diciamo spiri­tuale, diciamo precisamente ciò che è più pro­fondamente reale del reale. Noi viviamo del­lo Spirito, viviamo del senso per cui lavoria­mo, ci impegniamo nelle fati­che ed è così dif­ficile per noi tenerle come un punto fisso della nostra quotidianità, mentre facilmente veniamo as­sorbiti dalla realtà che ci circonda. Per esempio, le nostre fantasie, per cui uno ha in mente una cosa e si butta a farla, poi trova quella soddisfazione per averla fatta, ma poi passa poco e si è come prima. Allora la domanda è: “Cosa può soddisfare vera­mente il desiderio che c’è dentro il mio cuo­re?” Cosa può colmare questo, per cui tutte le cose che escono dalle mie mani sostanzialmente non sono capaci di corrispondere alla dinamica del mio cuore? Questo è il problema dell’uomo, un problema spirituale per cui si intuisce come la risposta al proprio problema non è l’uomo stesso, per­ché, se lui stesso fosse la risposta al suo pro­blema, non se lo porrebbe. La risposta è fuori di noi, è altro: è il rapporto con il mistero che fa tutte le co­se. Ma è un rapporto invertito rispetto al modo in cui noi lo viviamo, per­ché noi partiamo da noi stessi e ci rivolgiamo a Dio. Invece dobbiamo im­parare a capire che è Lui che si è chinato su di noi, è Lui che si è deciso per noi, quindi c’è un amore che ci precede e questo è il primo grande atto di fede: la fede del credente è proprio que­sta: credere a questa inversione che non è l’uomo a stabilire un rapporto con Dio ma è Dio che lo stabilisce con noi e noi lo riconosciamo e ci consegniamo a questo rapporto.

Credo che una delle gioie più grandi per dei genitori sia quando il proprio figlio, magari anche dopo averne combinata qualcuna si fermi, li guardi e dica: “Mamma, papà, vi voglio bene!” Questo capita quando uno capisce che è stato amato. Si piange quando non si capisce di essere amati. Dob­bia­mo reimparare il senso della vita cristiana a partire dal modo in cui Dio si rivela: Egli si rivela come un Padre che si prende cura di me, di noi, di tutti. L’importante è che io mi senta amato. Noi non ci sentiamo sempre amati e questa è la nostra difficoltà. Il più grande atto di fede è saper en­trare nell’intimità della propria libertà, della propria coscienza, del “mio io”, dove ci sentiamo liberi al punto da poter dire ti voglio bene, oppure ti odio. Ecco proprio lì con la massima libertà possiamo dire: io scelgo te, io ti amo. Questo è il momento in cui Dio gioisce di più, perché finalmente è arrivato a ottenere quello che da sempre ha desiderato, perché Dio creandoci nella libertà è un Padre che desidera essere riconosciuto in tut­to il bene che ha riversato su di noi.

Questa mattina abbiamo iniziato a guardare il brano del vangelo nel quale Gesù si rivolge ai suoi discepoli e dice: “Ti ringrazio Padre, creatore del cie­lo e della terra, perché queste cose le hai tenute nascoste per coloro che si credono sapienti e intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”, a coloro che sono infanti, che non sanno parlare. E in un altro passaggio Matteo dice: Se non diventate come bambini non entrerete nel regno dei cieli, non capirete il sogno, il desiderio che ho su di voi. Bisogna diventare come bambini, ma il bambino non è più bravo degli altri, non è innocente, anzi è furbo, cerca il suo comodo, il suo benessere. Infatti, una delle mancanze educative è che cediamo su questo punto e soddisfiamo i suoi desideri, cercando ciò che lo fa tacere, invece di cercare il suo vero bene. E i bambini diventano sempre più tristi, più insoddisfatti perché soddisfatti; siccome hanno tutto quello che possono possedere sono tristi perché quando uno è gonfio, ha tutto, gli viene sottratta la cosa più importante che l’uomo ha: il desiderare. Quando qualcuno non desidera più nulla è morto!

Quello che oggi impres­siona è incontrare giovani che non desiderano più niente, tranne ciò che può soddisfare, ma quello che soddisfa immediata­mente diventa tradi­mento di sé, perché stufa, annoia, non interessa più. Il desiderio non ha oggetto. Cioè quando il desiderio diventa un oggetto, quell’oggetto si ri­volta contro di te. Il desiderio umano è senza oggetto, deve sempre essere aperto e infatti questo è l’eco della presenza di Dio in noi. Questo è l’infinito dentro di noi. Il bambino quindi non è l’innocente, ma colui che desidera e desidera talmente un amore che i genitori non sempre sanno dargli. Il bambino è uno che non solo desidera, ma che si la­scia amare, è uno che si sente amato, ancora però non è capace di amare, perché è egoista. È uno che si concede all’umanità dei genitori e la vive con gioia, che è fonte di vita e genera in lui la pace che nessuno potrebbe dargli. Dio vuole stabilire così il suo rapporto di amore con noi! Io sono all’interno di quell’amore che mi costituisce. Il bambino è uno che si sente perdonato in anticipo. Il bambino sa che può combinarne di tuti i colori, perché comunque il papà e la mamma gli vogliono bene e non lo abban­donano. Non è così? Ecco perché Gesù dice che se non diventiamo in que­sta maniera, non possiamo entrare nel Regno! Scordatevi il Regno di Dio! Perché essere felici è sentir­si dentro quell’atmosfera di amore che ci dà la sicurezza che noi, fragili, non siamo capaci di avere.  

E poi Gesù dice: “Sì o Padre, perché così è piaciuto a Te! Questa è la gioia del Padre: vedere che le sue creature sono figli, cioè non sono solo create, ma percepiscono la loro figliolanza interiore, si sentono figli, si sen­tono amati”.

E continua: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio”. Quindi Gesù è colui che riceve tutto dal Padre: è il Figlio perfetto! La prima cosa che possiamo fare se vogliamo essere figli è riconoscere che riceviamo tutto da Lui, perché questa è la fonte per poter fare molto di più: se uno non ha la percezione di ricevere tutto è un povero figlio, è un orfano e noi sappiamo cosa man­ca ad un bambino che non ha un padre e una madre: gli manca la sorgente fisica. A lui non basta essere stato allevato e adottato da qualcuno, ha una voglia infinita di cercare la sorgente. Il rapporto di figliolanza è un rappor­to misterioso e grande che, finché abbiamo i genitori da vivi non li ricono­sciamo, li riconosciamo quando non ci sono più.  E questo è proprio il se­gnale del nostro essere figli di Dio, figli del mistero, figli del grande scono­sciuto, figli di Colui su cui non possiamo metterci le mani, figli di Uno che dal nulla ci ha voluto e ha voluto proprio me. Se noi riflettessimo di più su questo, noi potremmo entrare nel segreto della vita e impareremmo a ca­pire tante cose.

E ancora Gesù dice: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre come il Figlio e colui al quale lo voglia rivelare”. Quindi noi possiamo ricevere questa rivelazione nella quale siamo trascinati dentro. Perché anche noi diventiamo figli. Può sembrare una cosa strana, invece è il segreto più profondo della vita! Perché quando si impara a concederci a questo mistero della vita, allora si incomincia a respirare perché si capisce di essere qualcuno, di essere amati. Allora l’uomo si solidifica nella sua identità, e trova sé stesso dentro quel rapporto. Ecco perchè la preghiera non può essere semplicemente l’atto con cui riconosco la grandezza di Dio: la preghiera è l’atto filiale con il quale ci consegniamo a Lui. Non è un caso che la preghiera che Gesù ci ha insegnato incominci con “Padre”. E io sono figlio, io ti appartengo, io sono tuo! A questo punto Gesù si rende ancora più famigliare: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e affaticati e io vi ristorerò! Prendete il mio giogo sopra di voi. (se da una parte ci sono io e dall’altra c’è il Signore, insieme si tira meglio il carretto della vita).

“E imparate da me che sono mite e umi­le di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero”. Perché? Perché si è trovato il senso, il motivo per cui merita stare in questo mon­do. Noi siamo in questo mondo per diven­tare figli e lo Spirito Santo è l’energia con cui Dio ci trascina nella propria corsa.

E allora qual è il nostro compito?  In che cosa dobbiamo esercitarci? Dob­biamo esercitarci nel permettere a Dio che prenda possesso della nostra umanità. Il primo momento della mia preghiera: Vieni, vieni, prendi pos­sesso di me! Io mi concedo, non voglio più porre resistenza, Signore io mi lascio fare da Te! Fai Tu, conducimi Tu!

Giovedì 18 agosto: 1 meditazione

Chi è il cristiano?

Il cristiano non è uno più impegnato, più generoso, più intelligente, più bravo degli altri, ma è uno che ha assimilato lo spirito di Cristo e se ne lascia plasmare attraverso il sentimento profondo dell’essere figlio di un Padre che è nei cieli. È posseduto da una grazia, un’energia altra, diversa da questo mondo. Questa grazia è diffusa nel mondo un po’ come il sole che illumina tutto, non c’è nessuno che sia escluso: è per tutti. E il cristiano è uno che non si mette in una zona d’ombra, ma accetta di essere illuminato dal Sole, si lascia toccare dalla grazia e dall’amore. Noi dobbiamo pregare che l’amore del Signore si faccia sentire, perchè il suo amore per noi esiste e plasma la nostra umanità.

Ma cos’è questa energia che ci permette di non nasconderci dentro di noi stessi? È chiaro che se uno è tutto chiuso in sé stesso è nella morte. Quando Gesù disse a Lazzaro: “Vieni fuori!” non intendeva dire fuori dal sepolcro, ma da sé stesso. E noi sappiamo che l’amore è una energia che ci trascina fuori. Cosa fa il sole? Sugli alberi opera l’azione clorofilliana, cioè trasforma l’anidride carbonica in ossigeno, operazione che permette a noi di vivere. Così lo Spirito Santo compie questa operazione che ci dà respiro, ci fa vivere. Lo Spirito soffia dove vuole e come e quando vuole, non lo possiamo toccare. Non siamo noi i padroni, ma è l’amore che ci possiede.

E questa è la rivelazione che Dio ci ama in Gesù. La rivelazione è lo svelarsi di Dio nel Nuovo Testamento. Paolo, nel cap. 3° della 2a lettera ai Corinti ha una pagina bellissima che dice: Fino a Gesù l’uomo ha cercato di capire Dio e quando si è rivelato a Mosè gli ha messo un velo davanti al volto perché Dio non si poteva guardare. Nell’Antico Testamento la ricerca dell’uomo verso Dio è come protetta da un velo. Ma quando viene lo Spirito, e con il manifestarsi di Gesù, Dio non è più un enigma: il velo che copre Dio-lo Sconosciuto è tolto: Dio ha un volto concreto, preciso, ha il volto di Gesù. “Chi vede me, vede il Padre” dice Gesù. E attraverso l’azione dello Spirito noi siamo introdotti a stabilire un rapporto con Lui. Diventiamo capaci di percepire la bellezza di questo contatto con Dio attraverso lo Spirito di figliolanza che è radicato dentro di noi, perchè siamo Figli!

Il cap. 8° della lettera ai Romani dice: “Abbiamo ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abbà, Padre”. E, grazie allo Spirito Santo che genera in noi lo spirito di figliolanza, possiamo rivolgerci a questo mistero insondabile, indecifrabile con la nostra mente, che è il volto di un Papà, Abbà. Ed è lo Spirito Santo che genera in noi la spinta, l’energia per poter dire: “Tu sei mio Padre!” Lo Spirito stesso attesta alla nostra coscienza che siamo figli di Dio.

Essere figli vuol dire essere all’interno di un circuito di amore, di tenerezza, essere dentro ad un legame che ti restituisce a te stesso, perché uno si sente amato, sta bene e si autorealizza. E Paolo conclude: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?” Tutte cose che contraddicono la nostra umanità. Ma è proprio vero che queste avversità della vita possono separarci dall’amore di Cristo? Pensiamo alla malattia, alla morte di un figlio, all’angoscia, alla paura, alla fatica di vivere. Tutti abbiamo qualcosa, le avversità non risparmiano nessuno. Tutti dobbiamo passare dentro la fatica dell’essere umani, ma è una fatica che alla fine vince tutte le resistenze; purtroppo, noi poniamo resistenza al dono di essere figli di Dio, perché noi vorremmo stare alla pari di Dio. Abbiamo dentro di noi l’immagine del bravo bambino. Ma Dio non giudica il bravo o il non bravo, perchè il figlio non lo si misura per quello che restituisce in affetto, in attenzione, in generosità. Un figlio è un figlio e lo si ama! E noi siamo amati così: ma questo lo capiamo con fatica, non è così immediato, proviamo resistenza perché noi vorremmo essere davanti a Dio come coloro che si meritano di essere amati. Qui sta la linea sottile che separa il brav’uomo dai cristiani. Il problema non è nell’essere bravi o non bravi, ma nel sentirsi amati e nel lasciarsi amare. E questo è il cristiano che, dentro di me, viene fuori poco alla volta, passando ripetutamente dalla penombra alla luce. Ma dobbiamo fare questo cammino costantemente. Paolo ci dice che noi siamo più che vincitori nelle varie avversità, in virtù di Colui che ci ama!

Tutte le avversità non sono capaci di strapparci via la consapevolezza di essere figli e di essere amati. Questa è la coscienza più profonda dell’essere credenti. Io sono persuaso che nulla può distaccarci dall’amore di Dio che ci è dato in Gesù nostro Signore.

Il cristiano sa che non è in forza della sua virtù che può stare di fronte a Dio, ma grazie ad un amore che lo precede. Come dice S. Giovanni nel cap. 4° della 1a lettera: “Chi non ama non ha conosciuto Dio, perchè Dio è amore. E in questo si è manifestato l’amore di Dio: Egli ha mandato suo Figlio, perchè noi avessimo la vita in forza di Lui.”

Queste parole rischiano di essere rituali perché le abbiamo sentite migliaia di volte, ma dobbiamo “grattare” su questa superficie per vedere cosa c’è sotto. C’è che, quel Dio misterioso di cui non vediamo il volto, si è chinato su di me e ha visto in me qualcosa di buono. “Lui ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale in Cristo” e cioè ha detto bene di noi e nonostante le nostre chiusure lui ci vuole bene e ci chiama a consegnarci al suo amore. Noi abbiamo creduto all’amore, gli abbiamo dato fiducia. Ma non siamo stati noi ad amare Lui, ma è Lui che ama noi! E l’ha manifestato mandando nel mondo suo Figlio che ha preso su di sé tutto il peccato dell’uomo, tutta l’energia negativa e l’ha bruciata nella sua morte e risurrezione.Il credente è uno che impara e accetta di essere amato”. Noi, invece, vorremmo essere “noi” ad amare Dio, ed arrivare in Paradiso con le carte in regola: i comandamenti li ho osservati tutti. E Gesù di fronte a questa cosa fa problema perché è come quello dei farisei. L’uomo, quindi, deve imparare ad essere uomo, deve imparare a sentirsi creatura amata. Noi, non siamo messi nel mondo a caso, siamo nel mondo perché Dio vuole proprio noi e perché fin dall’origine ha soffiato il suo spirito dentro di noi, creature di terra. Bellissima l’immagine di Dio che crea e alita il suo spirito. Ma di fronte a questo mistero facciamo resistenza, vogliamo essere degni davanti a Lui in forza di un nostro merito. Così facendo restringiamo la nostra capacità ricettiva, per cui lo Spirito farà fatica ad entrare. Bisogna invece allargare, dilatarci, concederci. In amore o si rischia o si perde. Solo chi rischia ha la possibilità di vincere.

Nel Vangelo c’è la figura di un fariseo, di un uomo intelligente (Nicodemo) che si presenta di notte dicendo: Noi sappiamo (e dietro a questo personaggio c’è tutta la sinagoga) che Tu sei maestro in Israele… Noi sappiamo… perché i segni che tu fai lo dicono che sei maestro; Dio non potrebbe essere in uno come te se non facesse quello che fai tu! Gesù poco prima era entrato nel tempio, aveva cacciato via tutti i mercanti dicendo che il tempio era la casa del Padre suo e casa di preghiera. Nella casa di preghiera non si baratta, non si fa commercio con Dio. Ecco invece cosa dice Gesù della preghiera: Distruggete questo tempio e io lo ricostruirò in tre giorni, cioè, io darò una forma nuova al luogo della preghiera che non è più semplicemente gioco di compravendita con Dio, perchè il luogo della preghiera è il mio corpo, è relazione con me!

Dunque, Gesù introduce un’altra forma di rapporto con Dio, di religiosità, non più basata sullo scambio ma sul sacrificio di sé come luogo dove si vede chi è Dio e dove si vede chi è l’uomo. E l’uomo è uomo quando ama ed è capace di sacrificare qualcosa per un altro. Qui Gesù introduce la legge dell’amore. E Nicodemo vede questo segno, ma non sa interpretarlo.

Dice Gesù: In verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto non può vedere il Regno di Dio, cioè, bisogna rifare il proprio modo di guardare e di pensare per poter capire che cosa vuol dire che Dio regna. Bisogna lasciarsi rigenerare da questo nuovo sguardo che è dall’alto, bisogna guardare come Dio agisce. E Dio-lo Sconosciuto agisce nel modo in cui si svolge la storia di Gesù. Noi conosciamo Dio Padre guardando Gesù, ascoltandolo. Dunque, è necessario una rinascita; il nuovo che arriva non sai chi è. Il volto di un bambino non lo sai, è sorpresa. Così è il Regno di Dio, è la sorpresa che entra nel mondo. E Nicodemo non capisce, è scettico, non si abbandona alla verità che Gesù gli rivela: è nel buio della notte e, nella notte, sparisce. Anche noi siamo scettici se non crediamo che l’amore di Dio ci possa cambiare. Non dobbiamo porre resistenza all’azione dello Spirito, perché altrimenti non accade nulla. “Signore, io mi fido di Te! Fin dal mattino fammi sentire il tuo amore!”

Giovedì 18 agosto: 2a meditazione

Gesù dona la sua vita per noi

Stiamo facendo come una grande ca­valcata nel cuore stesso della rivela­zione Cristo­logica, cioè nel modo in cui Dio si è rivelato in Gesù. Dobbia­mo reimparare la dinami­ca di queste no­zioni che magari sappiamo, ma di cui dobbiamo comprendere ciò che sta sotto. Normalmente del mistero cri­stiano noi conosciamo la crosta, l’a­spetto un po’ morale: bisogna fare questo, fare quello, quell’altro e dimentichiamo invece l’aspetto interiore, quello che determina ciò che non si vede. Il sangue nel nostro corpo è un elemento che non si vede, e quando si vede è pericoloso, perchè non è più al suo posto. Così è l’amore che è il sangue della vita, la capacità di perdere sé stes­si perché altri viva­no, perché altri possano accorgersi che sono qualcuno.

Io credo che tutti facciamo esperienza della gioia che ci pervade quando lasciamo in un altro la traccia di noi stessi così delicatamente che loro la sentono come pro­pria, non invasiva ma benevola. Così è Gesù. Egli si dà a noi facendosi immanente (rima­ne dentro) nelle risorse più profonde della nostra umanità. Abbiamo bisogno di avere energia di fronte alle prove della vita. Noi immaginiamo Gesù venuto su questa terra, dove ci ha dato un bell’esempio, ma poi se n’è ritornato in cielo di­cendoci: ades­so ar­rangiatevi. In questo modo riduciamo Gesù nel tempio che è una cosa esterna a noi. Invece Gesù è immanente ai nostri bisogni, alle nostre energie, di fatto Lui pren­de su di sé il nostro problema umano che è quello di non sapere amare in maniera incondi­zionata. Noi vorremmo amare, ma amiamo nella logica di un interesse, di un ritorno: dobbiamo invece amare qualunque sia l’altro e comunque vadano le cose. Anche chi uccidesse mio padre, o mi tradisse, io devo voler bene! Ma da soli non siamo capaci. Egli non è venuto per insegnarci ad ama­re, ma rima­nendo dentro di noi è come una energia (il suo Spirito) che ci permette di amare. Il compito nostro è quello di non porre resisten­za, di lasciare che questa energia ci pervada. Non è una cosa semplice e facile, perché aprire le porte e dire ad un altro: “Vieni e sii tu padrone di me” non è spontaneo, anzi non lo permet­tiamo. Eppure, con Gesù avviene questo: “Io sto alla porta e busso”. Il mio compi­to è aprirgli la porta: “Vieni Signore! Sii Tu il padrone, il Signore di casa mia”. Que­sto è il paradosso dell’amore, perché a uno che ci vuole bene si dice che di­venti il “tutto” per me.

Noi questo lo diciamo facilmente e, qualche volta, abbiamo avuto anche il corag­gio di farlo, ma poi ci siamo ripreso quello che avevamo dato. Siamo purtroppo co­sì, per­ché c’è resistenza a questo movimento, si ha la sensazione di essere trasci­nati via da noi stessi, invece questo è il modo con il quale ci realizziamo, perché abbiamo bisogno di restare in una relazione vera, profonda e capace di restituirci a noi stessi. È il sogno dell’Amore che noi raramente riusciamo a realizzare nella no­stra vita, ma con Gesù è più facile, perché Lui può veramente realizzare la nostra umanità. In questa maniera uno non rinuncia alla sua libertà, ma la mette nella li­bertà di un altro, per cui la pro­pria libertà fragile diventa una libertà capace di es­sere ve­ramente libera.

Gesù ha agito così, mettendo sé stesso nelle mani del Padre. “L’amore si realizza nella misura in cui uno la smet­te di essere centrato su di sé e pone sé stesso nel centro di un altro”.

Quando dico: “Ti amo” dico esattamente “Tu sei il centro di me!” È un paradosso che troviamo nella parola di Dio al cap. 13 di San Giovanni: “Prima della festa di Pasqua, Gesù sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo (tutte le creature che il Padre gli aveva con­segnato), li amò fino alla fine”, fino al compimento accettando tutta la legge dell’umano, anche quella della morte, affinchè l’uomo di fronte alla sua morte, al suo apparente fallimento non diventasse un fallito. Gesù è entrato nella nostra umanità per farci capire quanto sia bella l’umanità che abbiamo. E l’umanità di Dio scompiglia tutti i nostri pensieri religiosi. Il cristianesimo è quel di­namismo per cui Dio “tiene” im­mensamente all’uomo. E Gesù amò i suoi fino al compimento, fino al punto in cui si compie tutto. E come avviene questo? “Mentre cenava, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda l’Iscariota di tradirlo” … Chi accetta di amare deve accettare an­che la possibilità del tradimento, avere il coraggio di attraversare questa possibili­tà, perché se non lo fa vuol dire che il suo amore è ancora condizionato.

In Gesù siamo di fronte a qualcosa di divino, che ci trascende, che è più grande di noi, Egli vuole attraversare il tradimento degli uomini per farci vedere cosa vuol dire ama­re. E cosa fa: “…Si alzò da tavola, (si è risvegliato, si è risollevato: i primi cri­stiani nell’ascoltare questa parola subito pensavano alla sua Risurrezione per­ché è l’amore che fa risorgere), depose le sue vesti, si cinse un asciugatoio” (sulla croce viene spo­gliato, ma qui è Lui che si spoglia). E Giovanni in 10,11-17 scrive: “Per que­sto il Padre mi ama, perchè io offro la mia per poi riprenderla di nuovo, nessuno me la toglie, ma io la offro da me stesso, perché io ho il potere di darla e di ripren­derla”.

Dentro a queste parole si sente il legame con tutta la storia di Gesù, non è sempli­ce­mente un eclatante atto esterno di bontà: qui si rivela Dio, qui Dio si inginocchia da­vanti all’uomo: è travolgente. Ecco perché bisogna credere all’amore. Non c’è da capi­re nulla, o ci fidiamo o non ci fidiamo che Dio sia così, che giunge a mettersi in ginoc­chio davanti a noi.

“Versò dell’acqua e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro che gli disse: – Tu che sei il Signore lavi i piedi a me? E Gesù: Quello che io faccio tu ora non lo capi­sci”. Ecco, noi non siamo capaci di capire l’amore: di fronte a uno che ci dice: “Ti vo­glio bene”, il pri­mo sentimento che proviamo è di dubbio: mi sta comprando, chissà cosa vuole. È proprio così, di fronte all’amore facciamo fatica a conse­gnarci, ci vuole dav­vero la fede. L’amore di Dio si capisce sempre dopo. E Simon Pie­tro non è un tipo arrendevole, che si conce­de subito: “Non mi laverai i piedi mai e poi mai”. Per qua­le motivo? Perché Tu sei il Si­gnore e io sono il discepolo e questa ge­rar­chia deve es­sere rispettata. Questo è il no­stro modo di pensare. E Gesù: “Se non ti laverò, allora tu non avrai parte con me, tu non puoi partecipare della co­munione con me. Il Padre vuole instaurare un legame umano con te in modo tale che tu non ti senta estraneo a me, ma famigliare alla mia identità. E io voglio che tu ti senta figlio e il figlio non è uno al di sotto del Padre, è uno che appartiene alla famiglia al punto ta­le che un padre e una madre danno anche la propria vita per lui. Questo è l’amore di Dio: egli ci ama fino a dare il proprio figlio a morire sulla croce per noi.

E Pietro, quando capisce che sta per staccarsi da quel rapporto: “Ah no, Signore, al­lora anche le mani e i piedi! E Gesù gli risponde: “Ascolta Pietro, chi ha fatto il ba­gno, chi è to­talmente libero ha bisogno soltanto di accettare la logica di lasciarsi lavare i piedi e cioè la logica dell’Amore, di uno che si abbassa fino a lavare i piedi (lava­re i piedi era un’azione umiliante che nemmeno il servo ebreo poteva fare al suo pa­drone. Lo si poteva fare soltanto di fronte ad un maestro particolar­mente grande). Ma che il maestro lavasse i piedi ai discepoli non lo si poteva capi­re.

E Gesù aggiunge: “Se vuoi partecipa­re con me, non devi preoccuparti, accetta que­sto gesto: è il gesto dell’amore, il gesto che non ti fa più sentire estra­neo a me, ma ti fa entrare nel rapporto con me; solo allora tu parteciperai del mio modo di esse­re, della mia vita. “… chi ha fatto il ba­gno non ha bisogno di lavarsi, se non i piedi, ed è tutto “mondo”, tutto puro. Voi siete tutti puri, ma c’è qualcuno che non lo è, e Gesù sapeva bene chi fosse.

Qui siamo di fronte alla resistenza: da una parte c’è il discepolo che tradisce, dall’altra parte c’è Pietro che tende a resistere a questa invasione di bene­volenza, di amore, di famigliarità che Gesù vuole instaurare. E questo rivela come noi di fronte all’amore così grande di Dio che si china in ginocchio davanti alla sua crea­tura, resistiamo perché vogliamo essere noi a poter dire: Io ti amo. La logica del cri­stiano è questa: Sono amato all’infinito e per questo provo una gratitudine im­mensa per Te o Dio. Di qui nasce il mio amore per Te, e non perché io sono capace di amarti, ma perché Tu mi ami! Il Dio della Rivelazione è un Dio capovolto.

“Quando dunque ebbe lavato loro i piedi, riprese le vesti (Gesù riprende la sua di­gnità, ridiventa il maestro, si mostra per quello che è), sedette e disse loro: vi ren­dete conto di quello che ho fatto?” Porta la loro coscienza ad un livello superiore. Pietro si era semplicemente fermato al fatto che non era de­gno che il maestro gli lavasse i piedi, adesso Gesù dice: Capite cosa ho fatto? Vi state rendendo conto? Adesso ve lo spiego: “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo so­no. Se dunque io che sono il Signore e il maestro ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete vicendevolmente lavar­vi i piedi”. L’amore è fatto in modo tale che non si ferma, l’amore deve circolare se no non è amore. E qui siamo al punto più sempli­ce e delica­to: Quel Dio che noi non ve­diamo, quel Dio che si è svelato nell’umanità di Gesù è un Dio che noi ritroviamo nel volto del fratello. Sarà difficile finché vo­gliamo, ma è così! Perché questo è il cristiane­simo: il volto di Dio è nel volto del fratello, della sorella anche se traditori.

Gesù è la mia filigrana, vive in me e io sono chiamato a voler bene perché Lui è dentro di me, non perché io sono capace. Santa Teresina diceva: Quando io amo mio fratello non sono io che lo amo, ma è Ge­sù in me che lo ama. E quando Gesù non è più in me, non lo sento più, non lo vivo più, non sono in comunio­ne con Lui, allora è chiaro che l’altro può diventare un nemico.

Attenzione che qui Gesù non insegna l’ingenuità dell’imprudenza, insegna la tra­spa­renza dell’amore ed è tale perchè Gesù pur sapendo che Giuda lo stava per tradire, era a cena con Lui. È un gesto divino, soprannaturale, noi magari non ci ar­riveremo mai, a meno che Lui non infonda in noi il suo Spirito, la sua energia divi­na e quindi Lui agisca dentro di noi.

Venerdì 18 agosto: 1a meditazione

Dio ci ama e ci rigenera continuamente a nuova vita

La nostra generazione si compiace di derivare dal mondo animale, dal­la scimmia, e allo stesso tempo si dispiace di de­rivare da Dio. Eppure, la novità che Gesù ha in­trodotto è questa: sia­mo figli di Dio.

Nella prima lettera di Giovanni leggiamo: “Quale grande amore ci ha da­to il Padre per esse­re chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente, e questa è la ragione per cui il mondo ci odia, perché non ci conosce e non ha co­nosciu­to Lui”.

A noi è stato dato una prerogativa, di sapere che questa nostra umanità non ci riduce ad una biologia che inesorabilmente è sottoposta a tutte le evoluzioni della vita. Ma la nostra umanità è qualcosa di pro­fondamente diverso e noi lo percepiamo e lo sappiamo quando diciamo con dignità “io”. Io credo che questo nostro “io” ha bisogno di ritrovare continua­mente sé stesso, perché se si disperde nelle cose, rinuncia alla sua intima vocazione, a ciò che costituisce la sua profonda dignità e la sua originali­tà.

In questi giorni, abbiamo capito che se siamo amati è per­ché siamo i figli, e non perché siamo buoni, bravi, intelligenti. E quando un padre ama un figlio lo ama al di là di quello che possa fare o non fare; lo ama perché è figlio, così è Dio nei nostri confronti. Io sono figlio, però nello stesso tem­po anche peccatore e quindi in qualche modo non degno del suo amore. E allora cosa devo fare? È la domanda che tutti ci facciamo. Sant’ Agosti­no ha avuto un tocco di magia quando ha detto: “Ama e fa quello che vuoi”. È vero, qualcuno lo interpre­ta come un poter essere lanciati in una irresponsabilità di fronte alla vita e quindi poter fare quello che si vuole. No, non è così, perché quando uno vuole bene, fa solo il bene. Infatti, noi istintivamente diciamo che un padre non può fare il male a suo figlio e ci scandalizzeremmo se lo facesse. Quindi, Sant’Agostino ci vuol dire che l’amore genera libertà, cioè la capacità a fare il bene non sotto costrizio­ne, ma nella libertà di cuore. Normalmente è così, quando vogliamo bene siamo capaci di fare il bene.

Alla domanda -cosa fare- io dico: impariamo ad amare, a generare vita, a non giudicare nes­suno, a guardare negli oc­chi delle persone per cogliere il positivo che c’è, invece di avere sempre il dubbio che genera disagio o sospetto. Chi ama vede la positività delle co­se. Non è un ingenuo, ma uno che sa cogliere ciò che è bene e sa vincere tutte le forme di scettici­smo che nascono nel cuore. Lo spiri­to del male conti­nuamente ci suggeri­sce di guardare il male piuttosto che il bene, ci fa giudici degli altri. Ab­biamo bisogno di rieducarci ad avere lo sguardo di chi sa voler bene.

Ci sono teologi che dicono: l’amore è la struttura dell’essere umano. È difficile affermare questo, perché c’è tutta una cultura dove il fatto che una persona si avvicini ad un’altra persona con benevolenza è giudicata come un sentimento, invece è un’ontologia, una struttura dell’essere: io sono amore. San Giovanni lo dice: Dio è Amore. La natura di Dio è di es­sere Amore. Infatti, è la relazione del Padre con il Figlio e nello Spirito, e quindi è all’interno di un legame, di una relazione e noi sappiamo benis­simo che quando siamo in una relazione buona con l’altro stiamo bene, e quando questa è una relazione timorosa, oppure quando siamo sotto giudizio da parte di altri, noi ci sentiamo a disagio, perchè questo costitui­sce la nostra identità e la ferisce.

Dobbiamo essere più attenti quando riflettiamo sul fatto che siamo chiamati ad amare, noi facilmente lo riduciamo ad una norma morale, sì lo è, ma non nel senso moralistico del termine con cui noi pensiamo, per­ché appartiene alla struttura della no­stra umanità e quando questo si realizza allora è Salvezza.

Cosa vuol di­re che Gesù Cristo ci ha salvati: ci ha rimessi nella condizione di essere capaci di voler bene, di saper guardare l’altro senza buttargli addosso le eventuali sue malefatte e di sapere vedere il lato buono che c’è die­tro a quelle malefatte. È un’arte difficilissima, infatti facciamo fati­ca a voler bene davvero. Quindi quando noi facciamo le retoriche sulla cari­tà dell’uno verso l’altro è come se dicessimo: devi fare così! Ma la do­manda successiva è: perché devo fare così? Perché questa è la tua strut­tura umana, e se non sei così non sei umano. L’animale sta insieme all’altro animale finché ha un interesse di tipo sessuale, di gruppo, ma per noi non è così. Perché questa generazione si compiace di appar­tenere al mondo animale, di discendere dalla scimmia, e si dispiace di es­se­re figlio di Dio? Perché non c’è una evoluzione spirituale.

Guardiamoci dentro e ci accorgeremo come in noi ci sono di queste deficienze che hanno bisogno di essere colmate per il motivo che ci costituiscono. Inte­ressante vedere e osservare una persona quando odia: si deforma nel vi­so, negli occhi, e invece quando una persona sorride è perché esprime una vita di bellezza che ha vissuto e che sta vivendo.

Ora guardiamo ad un personaggio biblico del Nuovo testamento, si chia­ma Zaccheo di Gerico. Lo conosciamo tutti perché era piccolo di statura, era salito sopra un albero per vedere Gesù che passava. “Entrato in Geri­co attraversava la città (Gesù il figlio di Dio entra, si mescola con gli uo­mini, Lui è con noi tutti i giorni, attraversa i nostri pensieri, le nostre pau­re, le nostre stupidaggini mentali). Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla perché era piccolo di statura. Ma corse avanti e per poterlo vedere si arrampicò su un sicomoro perché doveva pas­sare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e disse: – Zac­cheo, scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua! E lui in fretta scese e lo accolse con gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano e dicevano: – È an­dato ad alloggiare in casa di un peccatore. E Zaccheo disse: – Ecco Signo­re, io do la metà dei miei beni ai poveri e se ho rubato a qualcuno re­stituisco quattro volte tanto. Gesù gli rispose: – Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché egli è figlio di Abramo e il figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare chi era perduto. Analizziamo la scena e cer­chiamo di tirar fuori il senso di questa rivelazione cristologica.

Zaccheo era capo dei pubblicani e ricco, due caratteristiche che lo rendo­no odioso e lo mettono nell’impossibilità di essere salvato perché i pub­blicani erano peccatori pubblici: tutti sapevano che erano contro la legge. E Zaccheo che faceva l’esattore delle tasse, prendeva dagli Ebrei, dava i soldi ai Romani e se ne tratteneva una buona parte oppure le aumentava a suo interesse. Per di più questo era capo dei pubblicani (dei peccatori) e di conse­guenza ricco. Se andiamo al capitolo precedente di Luca incon­triamo la figura di un notabile che interroga Gesù: – Maestro buono, cosa devo fare per ottenere la vita eterna?  E Gesù: – Perché mi chiami buono, nes­suno è buono se non Dio solo! Osserva i comandamen­ti e sarai buono. Ma lui disse: – Io tutto questo l’ho già osservato fin dalla mia giovinezza. Udito ciò Gesù gli disse: – Ti manca ancora una cosa, va’ vendi tutto quel­lo che hai e distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e se­guimi. Ma quel notaio sentito questo divenne molto triste perché era molto ricco. E Gesù guardandolo disse: – Quanto è difficile per coloro che possiedono ricchezze entrare nel Regno di Dio!”.

Zaccheo è in questa condizione: nella difficoltà non indiffe­rente di entrare nel Regno di Dio. È agli antipodi di una personalità predi­sposta a entrare nella logica della realtà che Ge­sù stava annunciando. Gesù entra in questo suo mondo come a dire che l’amore non è imper­meabile all’umano. Qualunque umano per quanto degradato possa esse­re, o per quanto si opponga alla dinamica di Dio che vuole chinarsi verso di lui, non è impermeabile. Quello che è impossibile agli occhi de­gli uo­mini, è possibile agli occhi di Dio. Dio toglie tutti gli ostacoli. E que­sta è la rivelazione contenuta nell’episodio di Zaccheo il quale ha una ricchezza che è di tutti noi: la malinconia e cioè desidera, un po’ per cu­riosità, un po’ perché aveva sentito che Ge­sù si occupava dei poveri e dei peccatori, “poterlo vedere” e il suo desiderio è così intenso che lo porta ad agi­re. Con i nostri occhi ci presentiamo, ma quando ci sentiamo vergognosi li ab­bassiamo. Gli occhi dicono chi siamo. Dicono la nostra esperien­za, le nostre paure, la nostra attesa, la nostra gioia e serenità. Zaccheo “cerca” di vedere, e già porta dentro di sé l’immagine di un uo­mo nuovo.

Quando Gesù incontra i primi discepoli e sente che lo stanno seguendo, si gira e dice: – Chi cercate? Quale desiderio avete? È sempre Gesù che suscita, che risveglia il desiderio, e quando la Maddalena al matti­no di Pasqua vuole andare a imbalsamare il suo corpo e non lo tro­va, piange e in quel momento Gesù le appare e le dice: – Donna chi cer­chi? Il desiderio della Maddalena è di onorare il corpo straziato di Gesù. Ma Ge­sù vuole altro: Stai cercando un uomo da imbalsamare o colui che dà la vita?

Il desiderio è una struttura inalienabile della nostra umanità: uno dei drammi della nostra società, è di avere soppresso il desiderio at­traverso una sovrabbondanza e una sazietà che rende tristi. I nostri gio­vani pati­scono questa cosa perché ad un certo momento non desiderano più niente, sono sa­turati nelle loro attese, non hanno più nessuna aspettativa. Le aspettative sem­plicemente umane non sono capaci di colmare il desiderio dell’uomo, perché è un essere spirituale e può essere saziato soltanto da un signifi­cato, da un senso.

Zaccheo porta dentro di sé, nel suo animo l’intimità soppressa. Aveva messo il suo desiderio nel guadagno, adesso non cerca più il guadagno, non cerca più i soldi che sono diventati la sua pri­gione, la sua maledizione ma incomincia il per­corso umano in­teriore. Il desiderio nasce dallo sguardo e quando uno ve­de una cosa bel­la la desidera, mette in movimento la sua struttura umana.

Il cieco di Gerico che avverte la presenza di Gesù tra la folla, chiede: – Chi sta passando? Gli dicono: – Gesù di Nazareth! A questa risposta grida for­te: – Gesù, abbi pietà di me! Gli altri gli dicono di stare zitto perché di­sturba, ma lui grida ancora più forte. Gesù sentendolo gli domanda: – Cosa vuoi?Dammi la vista. E Gesù gli dà la vista.

“Desiderio” e “vista”, desiderio e sguardo sono due dinamiche tipiche dell’amore. Quando uno ama il suo sguardo diventa tipico, riconoscibile. L’amore respira, traspare.

La nostra identità umana va al di là della nostra biologia. Noi siamo tutti preoccupati per il nostro corpo e ci dimentichiamo di questa realtà così intima che chiamiamo spirituale, ma poi la disincarniamo. È come se fosse qualcosa che riguarda gli angeli, invece riguarda la nostra umanità, la nostra struttura umana, il nostro corpo, il nostro parlare, le nostre mani, i nostri occhi. Ri­sorgeremo con la nostra corporeità e non come angeli.

Zaccheo ci rappresenta tutti: cerca di vedere Gesù, ma non riesce a causa della folla. La “folla” quel personaggio tipico del vangelo che in certi mo­menti si entusiasma, in altri mormora, diventa irruente. Anche noi come chiesa siamo, per una serie di cose, la folla.

Bisogna tirarla fuori dall’anonimato; di per sé la folla non esiste, esistia­mo noi, noi, noi …. Poi la folla diventa un gruppuscolo e quindi un ostaco­lo, perché si coalizza e alla fine si crea uno sbarramento che impedisce di vedere. Zac­cheo è veramente coraggioso: egli supera questo ostacolo, decide di andare al di là e sale su un albero cercando di na­scondendosi tra le foglie: il suo è un gesto veramente vergo­gnoso, umiliante. Im­maginiamo la scena: è bellissima.

Quando Gesù passa si accorge di Zaccheo e alza lo sguardo. Parte dal basso, Lui, il Sal­vatore guarda dal basso verso l’alto dove c’è il peccatore che si è riservato un posto di privilegio: voler essere al di sopra degli altri. Gesù si abbassa per poter guardare questo uomo: l’amore è così, è sem­pre umiltà. Gesù dice: – Zaccheo scendi subito, perchè oggi “devo” fer­marmi a casa tua. “Ho bisogno”, ecco la necessità dell’amore. Quando uno ama si sente spinto. È irrequieto fin­ché non si muove. Gesù è irrequieto nel voler entrare dentro a Zaccheo per salvarlo.

Dio ha mandato Gesù proprio per attrarre gli uomini a riconsiderare il lo­ro essere figli. Zaccheo scende in fretta e lo accoglie pieno di gioia a diffe­renza del notabile che per paura di perdere i suoi beni se ne va via triste.

Zaccheo disprezzato da tutti si sente rinascere, ma, cosa accade? Riappare la folla che mormora: “E’ andato ad alloggiare in casa di un peccatore! Gesù trova il suo ripo­so in un peccatore, così come quando uno stanco, arriva a casa e può finalmente adagiarsi sulla poltrona. Gesù pone il suo ri­poso in un peccatore. E la folla mormorare sempre di più. E c’è motivo di mormorare! Ma come è possibile fermarsi a pranzo da un peccatore, non è giusto!

Ecco, l’amore va al di là di ogni ostacolo ed è libero perché sa di conosce­re che, oltre l’aspetto esterno, c’è qualcosa che è ancora abile e buono.

Dio cerca l’uomo fin dall’inizio e nel libro della Genesi, dopo il peccato di Adamo, si legge: Sentirono i passi di Dio nel giardino e si nascosero. E Dio disse: – Adamo, dove sei? E poi… Dio preparò per loro dei vestiti in pelle e coprì la loro nudità. Dio protegge la lo­ro libertà. Dio cerca perché ama.

Zaccheo risvegliatosi al senso delle cose dice: – Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri e a coloro che ho frodato restituisco quattro volte tan­to. Questo indica la quantità che nel diritto romano si riteneva giusto nel­la restituzione, mentre nel diritto ebraico bastava restituire un quinto. E siccome Zaccheo aveva dato ai Romani, ecco che decide di scegliere quel­la nor­mativa e cioè restituire con una grande sovrabbondanza. E Gesù risponde: – Oggi la salvezza è entrata in questa casa.

La salvezza non sta nel fatto di restituire, ma nell’amore ricevuto e quando l’amore è accolto, allora agisce e quello che si fa non sarà per un proprio capriccio, ma perchè è bene! L’amore è spogliarsi di sé stessi, del proprio egoismo per far rivivere l’altro; è creare spazi più grandi perché altri possano vivere. Noi siamo tentati di restrin­gere gli spazi in noi stessi e non di allargarli.

La salvezza consi­ste nell’incontro di due desideri: il desiderio di Dio per l’uomo e il deside­rio dell’uomo per Dio. Quando due desideri si incontrano è paradiso in terra. Il nostro compito è un po’ quello di Zac­cheo: desiderare di essere amati. Concludiamo con una espressione di Tommaso Moro di cui ve­dremo il film.

 “O Dio, che io possa avere la forza

di cambiare le cose che posso cambiare,

che io possa avere la pazienza

di accetta­re le cose

che non posso cambiare

e soprattutto l’intelligenza

di saperle di­stinguere.

O Dio, dammi un’anima che non conosca la noia,

i brontolamenti, i sospiri, i lamenti,

e non permettere che mi crucci eccessivamente

per quella cosa troppo ingombrante che si chiama “io”.

Dammi, Signore, il senso del buon umore.

Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo

per scoprire nella vita un po’ di gioia

e farne parte anche agli altri”.

Pubblicato in Iniziative

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