Riconoscersi figli nel Figlio

Sabato 21 ottobre, come da programma per gli incontri con la Parola 2017-2018, P. Antonello ci ha fatto assaporare tutta la bellezza del saperci riconoscere figli nel Figlio. 

Ascolta l’audio della sua meditazione.

La vita soprannaturale, offertaci da Gesù Cristo, ci genera e ci restituisce a noi stessi, facendoci esi­stere in una relazione affettuosa come figli di un Padre. Il proprio dell’amore è di far esistere nell’affetto generando altri. Ed essere amati è vivere ricevendo se stesso da un altro. Noi esistiamo ve­nendo generati dalla paternità di Dio e diamo senso a questa generazione di­pendendo nell’amore da Lui. L’impressionante è che Dio “si è innamo­rato” della nostra uma­nità. E’ vertigi­nosa questa verità raccontata dalla Rivelazione:

“Oracolo del Signore. La sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. … mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal pa­ese d’Egitto. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel di­ritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu cono­sce­rai il Signore” (Os 2, 14 ss). “Tuo sposo è il tuo creatore … Come una donna ab­bandonata e con l’animo dolorante, ti ha chiamata il Signore. Viene forse ripu­diata la donna sposata in gioventù? – dice il tuo Dio. Per un breve istante ti ho ab­bandonata, ma ti raccoglierò con immenso amore. In un impeto di collera ti ho na­scosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore” (Is 54, 7-9).

Questo è l’annuncio della Parola di Dio:

Dal Vangelo di Giovanni (Gv 1, 11-13. 16) “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. 12A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. … Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia”.

Dalla Lettera ai Romani (Rom 8, 14,30 passim)

a) Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adot­tivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio.

b) E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se ve­ramente parteci­piamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. Io ritengo, infatti, che le soffe­renze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi.

c) La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per en­trare nella libertà della glo­ria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto;

d) essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spi­rito, gemiamo inte­rior­mente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. …. lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli inter­cede per i credenti secondo i disegni di Dio. 

e) … il suo disegno [è che] quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha an­che predestinati ad es­sere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli …

Senso di questa Parola di Dio

1. Qui si dice il cuore della verità circa il destino umano: l’uomo è desti­nato a partecipare alla vita trinitaria di Dio. L’uomo ha un destino sopran­naturale: non siamo atomi anonimi dell’universo de­stinati ad una breve comparsa in questo mondo per poi sparire nella dissoluzione. Siamo de­stinati a entrare nella relazione filiale d’amore che da sempre è instaurata tra il Padre e il Fi­glio Eterno nello Spirito: che è la vita propria di Dio. La ve­rità di fede ci dice che “Dio mandò il suo Figlio, nato da donna … perché ricevessimo l’adozione a figli. La prova è che il Padre ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Suo Figlio che grida: Abbà, Padre (Gal 4, 6).

2. Questa relazione è resa possibile attraverso il fatto che “Il Verbo di Dio è penetrato nel mondo della carne umana (Gv 1, 14)”. E si è legato all’uomo nella concretezza di un corpo umano. Il Verbo si è “incorporato” poiché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2, 9). Così noi con tutta la nostra identità umana – non soltanto con il nostro spi­rito – “facciamo corpo” con il Verbo fatto carne, poiché “quanti siete bat­tezzati in Cristo … tutti voi siete uno (maschile: εἷς) in Cristo Gesù” (Gal 3, 27-28). Nell’assunzione della corporeità umana il Verbo stesso di Dio è reso solidale con ogni uomo, e perciò unito a lui : “Conformatum et con­corporatum Filio perficitur homo” (Ireneo, Adv Haer V, 36, 3)

“La carne (umana) non è più terrestre; è resa Verbo in forza del Verbo di Dio, che per noi è divenuto carne” (Atanasio, Contra Arianos, II, 59). Incar­nandosi, “il Figlio nobilita nello Spirito tutta la creazione rendendola divina e filiale, e in tal modo la conduce al Padre” (Atanasio, Ad Serapionem I, 25).

3. Però altro è riconoscere la verità dell’essere “figli adottivi” del Padre, e al­tro è viverne il senti­mento. “Essere e riconoscersi figli” è un sentimento d’esistenza. Si può essere figli senza ricono­scersi tali. L’essere “padre” e “fi­glio” implica il dinamismo di un reciproco riconoscimento. Per po­ter en­trare in quest’ordine di riconoscimento affettivo, si devono superare al­meno due ostacoli che lo impediscono:

 a) il primo è di ordine generale ed è interno al nostro stesso mondo eccle­siale. Si tratta di liberarsi dal ricatto di una certa forma di “razionalismo teologico”. Questa forma teologica è quella assunta negli ultimi secoli nel pensare Dio. In essa prevale la logica o il raziocinio o l’istruzione o la dot­trina per “dire” il Mi­stero rivelato. E’ una forma di intellettualismo, che ri­produce la stessa dina­mica dell’eresia gnostica antica. In particolare, par­tendo dal sospetto che “le sensazioni” sono inganna­trici, ci si è rifugiati nella luminosità della ragione e dell’evidenza razionale. Così “la sen­sibilità spiri­tuale” si è inaridita mediante ragionamenti, teorie, disquisizioni, di­spute. Ma non ci può essere fede senza vita spirituale, cioè senza Spirito Santo. E lo Spirito di Dio è amore, agape. E’ sensibilità spirituale.

 b) Un secondo ostacolo circa la difficoltà riconoscersi figli è di tipo cultu­rale, tipico della moder­nità, la quale ha covato per lungo tempo “un risen­timento verso tutto ciò che è dato”. “L’uomo moderno ha la disposizione affettiva del risentimento contro tutto ciò che è dato, anche contro la propria esistenza; risentimento verso il fatto che egli non è il creatore dell’universo, né di se stesso” (H. Arendt). L’uomo moderno vorrebbe non dover essere grato a nes­suno. Vorrebbe es­sere lui principio di sé stesso, costruttore di se stesso. Ma la stoffa originaria di quello che siamo ci è data: e vero che poi possiamo intes­serla secondo la libertà; ma quella stoffa non l’abbiamo co­struita noi, l’abbiamo ricevuta.. La difficoltà è la confusione di intendere la “dipendenza” , insita nell’essere figli, come “perdita di libertà”.

Ma è chiaro che il fatto dell’essere figlio “implica una passività originaria” che sfugge a qualsiasi programmazione e calcolo. “E’ possibile immaginare un bambino che per nascere firmi un con­tratto con i genitori? E’ un’idea assurda. E questa assurdità dimostra che il primo legame tra gli es­seri umani, quello della paternità e della figliolanza, non è oggetto di negozia­zione tra interessati” (Go­delier). Perciò la figliolanza porta in evidenza non solo una passività origina­ria, ma anche una gratuità fonte di gratitudine e di riconoscenza.

Si tratta allora di:

a) aprirsi una strada ripensando con serietà il valore della sensibilità spirituale, come preghiamo nel Veni Creator “i nostri sensi illumina”.

b) stare di fronte alla propria vita e alla Rivelazione in Cri­sto con un senso di gratitudine e ricono­scenza, smobilitando l’idea pela­giana del nostro sforzo e impegno come unico modo di accogliere la rive­lazione.

c) Seguire Gesù che educa a questo sentimento di obbedienza al Padre, cioè di ricevere se stesso dal Padre, con tutta la sua vita. Egli è il fi­glio e chiede ai discepoli di rivolgersi a Dio come Padre, riconoscendolo come tale.

P. Antonello Erminio