Il popolo di Dio e la grande tribolazione

La preservazione del popolo di Dio 

[1] Dopo ciò, vidi quattro angeli che stavano ai quattro angoli della terra, e trattenevano i quattro venti, perché non soffiassero sulla terra, né sul mare, né su alcuna pianta. [2] Vidi poi un altro angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: [3] “Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi”. [4] Poi udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila, segnati da ogni tribù dei figli d’Israele: [5] dalla tribù di Giuda dodicimila;  dalla tribù di Ruben dodicimila; dalla tribù di Gad dodicimila; [6] dalla tribù di Aser dodicimila; dalla tribù di Nèftali dodicimila; dalla tribù di Manàsse dodicimila; [7] dalla tribù di Simeone dodicimila; dalla tribù di Levi dodicimila; dalla tribù di Issacar dodicimila; [8] dalla tribù di Zàbulon dodicimila; dalla tribù di Giuseppe dodicimila; dalla tribù di Beniamino dodicimila. [9] Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva con­tare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’A­gnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani. [10] E gridavano a gran voce:”La sal­vezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello”. [11] Allora tutti gli angeli che stavano intorno al trono e i vegliardi e i quattro esseri viventi, si inchinarono profondamente con la faccia da­vanti al trono e adorarono Dio dicendo: [12] “Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen”. [13] Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: “Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?”. [14] Gli risposi: “Signore mio, tu lo sai”. E lui: “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello. [15] Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. [16] Non avranno più fame,  né avranno più sete,  né li colpirà il sole,  né arsura di sorta, [17] perché l’Agnello che sta in mezzo al trono  sarà il loro pastore  e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”. 

Il lettore si aspetta che il giudizio di dio sia finalmente descritto e che l’Apocalisse sveli il suo se­greto più volte annunciato. E invece no. Tutto è come sospeso e la conclusione differita. Un angelo infatti dà ordine “di non recar danno né alla terra, né al mare: prima devono essere segnati in fronte i servi di Dio” (v. 3). La folla dei segnati è incalcolabile. Dapprima sembra che unici siano quelli della discendenza di Israele, ma poi si precisa che la folla dei salvati proviene da ogni lingua, tribù, nazione e lingua. Giovanni non pensa all’antico Israele, ma al “nuovo” che non è più rac­chiuso entro i confini della razza, ma della fede.

Quanti sono? 144.000: dodici volte dodicimila. Non più solo Israele, ma la Chiesa che è “l’Israele di Dio” (Gal 6, 16). La chiesa formata da Giudei e pagani è segnata con il sigillo della proprietà di Dio: e dunque è protetta contro tutte le tribolazioni e terrori.

Chi sono? “Sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello” (v. 14). L’immagine paradossale del sangue dell’Agnello che rende candide le vesti dei credenti allude alla loro partecipazione all’amore salvi­fico della morte del Cristo. Essi sono al sicuro “davanti al trono dell’Altissimo” e la morte né il do­lore avranno più potere su di loro (vv. 15-17).

Il settimo sigillo: silenzio in cielo 

8,1 Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora

Nell’attesa di ciò che deve venire, l’universo tace per mezz’ora senza che accada assolutamente nulla. Solo dopo questo silenzio impressionante, continua la successione degli eventi apocalittici, non come ripetizione di ciò che è già raccontato, ma in una processione di catastrofi sempre più spaventose. Le sette visioni hanno già lasciato intravedere di che cosa avverrà, anticipando come in una ouverture ciò che verrà narrato.

Le sette trombe e il libro aperto

L’intera sezione delle sette trombe cc.8-11 ripetono, in una specie di parallelismo, lo stesso movi­mento dei sette sigilli. Ed anche il contenuto è molto simile. Non si tratta però di semplice ripeti­zione: le immagini variano e le sciagure aumentano di intensità. E’ come se ci si avvicinasse a spi­rale verso un centro che continua ad allontanarsi: infatti il settimo sigillo, il più atteso, anziché of­frirci la soluzione del mistero, si è aperto a sua volta su un’ulteriore sequenza di sette segni, le sette trombe. E’ un procedimento simile alle scatole cinesi. Si riprendono gli stessi motivi dei sette sigilli. Non solo, ma ugualmente che per i primi quattro sigilli, Giovanni fa suonare in rapida suc­cessione le prime quattro trombe (stessa rapidità dei primi quattro sigilli), ma man mano che ci si avvicina all’ultimo segno il movimento si rallenta. E’ la tecnica del ritardo per attirare la suspence. Le narrazioni della quinta e sesta tromba sono più distese e prima della settima tromba ci sono ampie pause.

Nel capitolo 8 (le prime quattro trombe) i simboli sono semplici.

Come per le visioni dei sette sigilli vi è un preludio in cielo. Il Veggente contempla un’immagine che prelude gli avvenimenti successivi: i sette angeli che stanno sempre nell’immediata vicinanza di Dio Ricevono le sette trombe. Sono le trombe che servono per convocare al giudizio. Ma ecco un angelo brucia incenso davanti al trono: segno che le preghiere dei santi, della Chiesa oppressa e travagliata, s’innalzano a Dio. E subito lo stesso angelo rovescia i carboni ardenti dell’incensiere sulla terra: e al suono della prima tromba “grandine e fuoco, mescolati a sangue, caddero sulla terra” (8, 7): è il primo flagello:

 6I sette angeli, che avevano le sette trombe, si accinsero a suonarle. 7Il primo suonò la tromba: gran­dine e fuoco, mescolati a sangue, scrosciarono sulla terra. Un terzo della terra andò bruciato, un terzo degli alberi andò bruciato e ogni erba verde andò bruciata. 8Il secondo angelo suonò la tromba: qual­cosa come una grande montagna, tutta infuocata, fu scagliato nel mare. Un terzo del mare divenne sangue, 9un terzo delle creature che vivono nel mare morì e un terzo delle navi andò distrutto. 10Il terzo angelo suonò la tromba: cadde dal cielo una grande stella, ardente come una fiaccola, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. 11La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono a causa di quelle acque, che erano divenute amare. 12Il quarto angelo suonò la tromba: un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo degli astri fu colpito e così si oscurò un terzo degli astri; il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente. 13E vidi e udii un’aquila, che volava nell’alto del cielo e che gridava a gran voce: «Guai, guai, guai agli abitanti della terra, al suono degli ultimi squilli di tromba che i tre angeli stanno per suonare!».

I flagelli che si scatenano sono simili alle piaghe d’Egitto (Es 7, 12). Non riguardano solo un popolo, ma l’universo. E’ la scenografia tipica dell’apocalittica che accompagna le gravi crisi dell’umanità. I flagelli hanno funzione pedagogica: capiranno gli uomini la lezione? Infatti il castigo è tremendo, ma non è totale: solo “la terza parte del cielo, della terra e delle acque è colpita”. C’è dunque spa­zio per il ravvedimento.

La quinta tromba

Il quinto angelo suonò la tromba: vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell’Abisso; 2egli aprì il pozzo dell’Abisso e dal pozzo salì un fumo come il fumo di una grande fornace, e oscurò il sole e l’atmosfera. 3Dal fumo uscirono cavallette, che si sparsero sulla terra, e fu dato loro un potere pari a quello degli scorpioni della terra. 4E fu detto loro di non danneggiare l’erba della terra, né gli arbusti né gli alberi, ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte. 5E fu concesso loro non di ucciderli, ma di tormentarli per cinque mesi, e il loro tormento è come il tormento provocato dallo scorpione quando punge un uomo.6 In quei giorni gli uomini cerche­ranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte fuggirà da loro. 7 Queste ca­vallette avevano l’aspetto di cavalli pronti per la guerra. Sulla testa avevano corone che sembravano d’oro e il loro aspetto era come quello degli uomini. 8 Avevano capelli come capelli di donne e i loro denti erano come quelli dei leoni. 9 Avevano il torace simile a corazze di ferro e il rombo delle loro ali era come rombo di carri trainati da molti cavalli lanciati all’assalto. 10 Avevano code come gli scor­pioni e aculei. Nelle loro code c’era il potere di far soffrire gli uomini per cinque mesi. 11 Il loro re era l’angelo dell’Abisso, che in ebraico si chiama Abaddon, in greco Sterminatore. 12 Il primo «guai» è pas­sato. Dopo queste cose, ecco, vengono ancora due «guai».

La sesta tromba

13 Il sesto angelo suonò la tromba: udii una voce dai lati dell’altare d’oro che si trova dinanzi a Dio. 14 Diceva al sesto angelo, che aveva la tromba: «Libera i quattro angeli incatenati sul grande fiume Eu­frate».15 Furono liberati i quattro angeli, pronti per l’ora, il giorno, il mese e l’anno, al fine di stermi­nare un terzo dell’umanità. 16 Il numero delle truppe di cavalleria era duecento milioni; ne intesi il numero. 17 E così vidi nella visione i cavalli e i loro cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di gia­cinto, di zolfo; le teste dei cavalli erano come teste di leoni e dalla loro bocca uscivano fuoco, fumo e zolfo. 18 Da questo triplice flagello, dal fuoco, dal fumo e dallo zolfo che uscivano dalla loro bocca, fu ucciso un terzo dell’umanità. 19 La potenza dei cavalli infatti sta nella loro bocca e nelle loro code, per­ché le loro code sono simili a serpenti, hanno teste e con esse fanno del male. 20 Il resto dell’umanità, che non fu uccisa a causa di questi flagelli, non si convertì dalle opere delle sue mani; non cessò di prestare culto ai demòni e agli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare; 21 e non si convertì dagli omicidi, né dalle stregonerie, né dalla prostituzione, né dalle ruberie.

La quinta e la sesta tromba sviluppano due quadri molto simili. Nel primo la visione di una vora­gine da cui escono fumo e un numero sterminato di cavallette: il loro compito è di tormentare gli uomini che non hanno impresso sulla fronte il sigillo di Dio. Ma subito le immagini si complicano e si sovrappongono. Le cavallette diventano cavalli lanciati all’assalto: l’impressione complessiva è quella di uno squadrone di cavalleria lanciato al galoppo.

Nella sesta visione appaiono quattro angeli sterminatori, il cui compito è di eliminare un terzo de­gli uomini. Le immagini mutano rapidamente e si sovrappongono. L’impressione è la medesima: l’arrivo di un immenso esercito di cavalleria, che incute terrore e morte.

L’intenzione dell’autore non è di offrirci la descrizione di una vicenda nella sua successione tempo­rale, ma di imprimere sul lettore una “ sensazione”, ribadendola nelle due scene successive. Le due scene sono due variazioni sul medesimo tema: il terrore del giudizio.

Da dove l’autore trae queste immagini? Probabilmente dall’esercito dei Parti, che al confine orien­tale dell’impero romano seminavano lutti e rovina minacciando l’impero. L’autore però non ha de­scritto questi eserciti, ma li ha trasfigurati. La cavalleria dei Parti è diventata così l’incarnazione delle forze distruttive che gli uomini hanno scatenato con le loro idolatrie, e proprio queste diven­tano ora lo strumento del giudizio di Dio.

Ma il punto centrale della narrazione non sta in tutti i particolari, ma nel fatto che “Il resto dell’u­manità, che non fu uccisa a causa di questi flagelli, non si convertì dalle opere delle sue mani; non cessò di prestare culto ai demòni e agli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare; e non si convertì dagli omicidi, né dalle stregone­rie, né dalla prostituzione, né dalle ruberie” (vv. 9, 20-21). Allora si può dedurre dall’intera narra­zione 1° che i disastri che accadono non sono una necessità, né il frutto del caso; al contrario hanno alle spalle precise responsabilità. E 2° il loro scopo è aiutare gli uomini a capire. E’ in vista di questo scopo che i castighi si intensificano e diventano sempre più eloquenti, ma non annientano né chiudono tutte le possibilità. E infine 3° c’è una sorprendente e ostinata cecità: invece di ravve­dersi gli uomini danno la colpa a Dio, non alle loro idolatrie.

Pausa di intermezzo: l’angelo e il libro aperto

L’apparizione di un angelo possente che consegna al profeta un piccolo libro “aperto” fa da con­trasto con la scena precedente: là lo scatenarsi delle forze del male, qui l’assicurazione che il com­pimento del piano di Dio è vicino. L’angelo giura che non vi sarà più nessun indugio, ma il compi­mento del piano di Dio è rimandato al suono della settima tromba. Al veggente viene consegnato un piccolo libro aperto, ma il suo contenuto non viene raccontato. Tutto ancora viene dilazionato.

Il punto centrale del racconto è la consegna del libro aperto al veggente. Vi è evidentemente al racconto precedente del libro scritto all’interno e all’esterno. E’ lo stesso libero? Probabilmente siamo di fronte al metodo delle scatole cinesi: il grande libro (c. 5) contiene il piccolo libro. Vi è tut­tavia il rimando alla scena descritta da Ezechiele (2, 8 – 3, 3): una drammatizzazione di quanto Ge­remia aveva già detto molto brevemente: “Trovai le tue parole e le divorai!” (Ger 15, 16). Nel libro che Dio consegna a Ezechiele – anch’esso un libro scritto “sul diritto e sul rovescio” – ci sono lamen­tazioni, sospiri e guai (2, 9) e tuttavia, quando il profeta lo ingoia sente in bocca “qualcosa di dolce come il miele” (3, 3). La parola di Dio è salvifica anche quando minaccia. Giovanni riprendendo questa narrazione di Ezechiele, precisa che il libro è dolce e amaro nello stesso tempo: dolce, per­ché il popolo di Dio rimane sotto la protezione paterna di Dio e la salvezza è vicina; amaro, perché la salvezza passa attraverso la tribolazione.

 8Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: «Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta in piedi sul mare e sulla terra». 9Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele». 10Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sen­tii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza.

Il gesto del mangiare significa che la parola di Dio deve penetrare nell’intimo e diventare vita. La parola di Dio va assimilata.

L’ulteriore dilazione: i due testimoni e la settima tromba

Prima di dare l’annuncio tanto atteso dell’inaugurazione del Regno di Dio con lo squillo della set­tima tromba, l’Apocalisse presenta un ultimo quadro che fa parte del dinamismo del “differi­mento” per creare suspence.

Il quadro presenta alcune scene.

Prima di tutto al veggente fu consegnata una canna con la quale è invitato a misurare, cioè a mettere sotto misura e controllo, e quindi a preservare, il “santuario, l’altare e gli adoratori”, cioè la comunità cristiana, mentre è “lasciato in balìa dei pagani tutto il resto”. La descrizione può adat­tarsi al fatto di Gerusalemme assediata, mentre gli zeloti si erano rifugiati dentro al santuari nella fiducia che Dio sarebbe intervenuto

11, 1-2: “mi fu data una canna simile a una verga e mi fu detto: «Alzati e misura il tempio di Dio e l’al­tare e il numero di quelli che in esso stanno adorando. 2Ma l’atrio, che è fuori dal tempio, lascialo da parte e non lo misurare, perché è stato dato in balìa dei pagani, i quali calpesteranno la città santa per quarantadue mesi (= tempo limitato)”.

Compaiono due testimoni con compito profetico. Chi sono? Possono essere vari personaggi. L’immagine dei due ulivi e dei due candelabri rimanda a Giosué e Zorobabele (Zac 4, 1-14), i due capi, l’uno politico e l’altro religioso, che hanno rivitalizzato l’Israele di ritorno dall’esilio babilo­nese. L’indicazione “un fuoco esce dalla loro bocca” fa ricordare Elia che per ben due volte fece scendere dal cielo il fuoco (2 Re 5-12); i due testimoni “hanno il potere di chiudere il cielo”: e que­sto fa di nuovo pensare a Elia (1 Re 17, 1); hanno anche il potere di “cambiare l’acqua in sangue”: e ciò fa venire in mente Mosé e le piaghe d’Egitto (Es 7 – 19). Ci troviamo cioè di fronte a una so­vrapposizione di indizi che impediscono precise attribuzioni. Alludono sì a figure precise, ma in­sieme se se ne staccano. Il narratore allora ci presenta schemi, figure libere e sciolte che possono incarnarsi in diversi volti storici, ma che vanno al di là delle singole identificazioni. Siamo dunque di fronte non a due personaggi storici, ma a due schemi di personaggi, che funzionano da protocollo teologico del compiersi il disegno di salvezza. E questo protocollo può adattarsi a tutti i tempi. La corruzione, il paganesimo, l’ostilità a Cristo, non appartengono a un luogo solo. Tutte queste cose sono state vissute da tutti i profeti e giusti dell’AT e trova il suo epicentro in Gesù: ed è consistito nella sconfitta provvisoria, che prelude ad una risurrezione. “La bestia che sale contro di loro dall’abisso li vincerà e li ucciderà”: questa bestia può essere Sodoma o Egitto. Nulla cambia. E’ lo schema che funziona. La sconfitta durerà breve tempo (“tre anni e mezzo”) e “dopo tre giorni e mezzo un soffio di vita procedente da Dio, entrò in essi e si alzarono in piedi con grande terrore di quelli che stavano a guardarli” (v. 11).

11, 3-14: “Ma farò in modo che i miei due testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni». 4 Questi sono i due olivi e i due candelabri che stanno da­vanti al Signore della terra. 5 Se qualcuno pensasse di fare loro del male, uscirà dalla loro bocca un fuoco che divorerà i loro nemici. Così deve perire chiunque pensi di fare loro del male. 6 Essi hanno il potere di chiudere il cielo, perché non cada pioggia nei giorni del loro ministero profetico. Essi hanno anche potere di cambiare l’acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli, tutte le volte che lo vorranno. 7 E quando avranno compiuto la loro testimonianza, la bestia che sale dall’abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà. 8 I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sòdoma ed Egitto, dove anche il loro Signore fu croci­fisso. 9 Uomini di ogni popolo, tribù, lingua e nazione vedono i loro cadaveri per tre giorni e mezzo e non permettono che i loro cadaveri vengano deposti in un sepolcro. 10 Gli abitanti della terra fanno fe­sta su di loro, si rallegrano e si scambiano doni, perché questi due profeti erano il tormento degli abi­tanti della terra. 11 Ma dopo tre giorni e mezzo un soffio di vita che veniva da Dio entrò in essi e si al­zarono in piedi, con grande terrore di quelli che stavano a guardarli. 12 Allora udirono un grido pos­sente dal cielo che diceva loro: «Salite quassù» e salirono al cielo in una nube, mentre i loro nemici li guardavano. 13 In quello stesso momento ci fu un grande terremoto, che fece crollare un decimo della città: perirono in quel terremoto settemila persone; i superstiti, presi da terrore, davano gloria al Dio del cielo.

Ecco finalmente il suono della settima tromba.

15 Il settimo angelo suonò la tromba e nel cielo echeggiarono voci potenti che dicevano:

L’atmosfera è liturgica.

  1. Prima di tutto risuona un annuncio:

15 «Il regno del mondo appartiene al Signore nostro e al suo Cristo: egli regnerà nei secoli dei secoli».

Annuncio, che possiamo tradurre così: è finito il tempo in cui le forze del male facevano da pa­drone del mondo, la signoria del mondo è passata nelle mani del Signore Gesù (11, 15). E’ l’equivalente della “lieta notizia” dei vangeli.

  1. All’annuncio i 24 anziani che fanno da corona a Dio rispondono con un inno di ringraziamento e di adorazione:

16Allora i ventiquattro anziani, seduti sui loro seggi al cospetto di Dio, si prostrarono faccia a terra e adorarono Dio dicendo: 17«Noi ti rendiamo grazie, Signore Dio onnipotente, che sei e che eri,
18perché hai preso in mano la tua grande potenza e hai instaurato il tuo regno. Le genti fremettero, ma è giunta la tua ira, il tempo di giudicare i morti, di dare la ricompensa ai tuoi servi, i profeti, e ai santi,  e a quanti temono il tuo nome, piccoli e grandi, e di annientare coloro che distruggono la terra».

  1. Infine l’apparizione dell’Arca dell’Alleanza.

19Allora si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza. Ne segui­rono folgori, voci, scoppi di tuono, terremoto e una tempesta di grandine.

Secondo la pia credenza giudaica l’arca dell’alleanza del tempio sarebbe stata nascosta da Gere­mia sul monte Nebo durante l’assedio di Gerusalemme, destinata a ricomparire poi “negli ultimi tempi” come segno della definitiva presenza di Dio (2 Mac 2, 4-8).

“Il profeta [Geremia], avuto un oracolo, ordinò che [i discepoli] lo seguissero con la tenda e l’arca. Quando giunse presso il monte, dove Mosè era salito e aveva contemplato l’eredità di Dio, 5Geremia salì e trovò un vano a forma di caverna e vi introdusse la tenda, l’arca e l’altare dell’incenso e sbarrò l’ingresso. 6Alcuni di quelli che lo seguivano tornarono poi per segnare la strada, ma non riuscirono a trovarla. 7Geremia, quando venne a saperlo, li rimproverò dicendo: «Il luogo deve restare ignoto, fin­ché Dio non avrà riunito la totalità del popolo e si sarà mostrato propizio.8Allora il Signore mostrerà queste cose e si rivelerà la gloria del Signore e la nube, come appariva sopra Mosè”.

Ecco questo è il momento del compimento, in cui Dio non solo vince le forze del male nel giudizio, ma realizza una nuova e definitiva divina Presenza, in una comunione senza rotture. Il brano è dunque interamente dominato dall’idea del compimento della regalità di Dio sulle potenze del male e sulla ribellione dei popoli, ma non è detto come questo avvenga e la modalità della nuova e permanente presenza di Dio nel mondo.

 “La donna vestita di sole e il dragone rosso” (Ap 12,1-6 ):

Al centro del libro dell’Apocalisse (12, 1-9) compare un “segno grandioso”: una donna che nono­stante la minaccia di un essere mostruoso (vv. 3-4) mette al mondo un figlio maschio (v. 5), che viene salvato e gode della protezione divina (v. 6).

Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. 2Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. 3Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; 4la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. 5Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. 6La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni. 7Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva in­sieme ai suoi angeli, 8ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. 9E il grande drago, il ser­pente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipi­tato sulla terra e con lui anche i suoi angeli.

1. Il segno nel contesto storico

Riprendiamo il cammino fatto fin qui.

L’Apocalisse è stato scritto nel tempo della persecuzione scatenata da Domiziano (81-96 d.C.) con­tro la Chiesa, negli ultimi due anni del suo governo. Egli rafforzò il culto della sua persona e dello stato nell’intento di frenare la disgregazione del sistema imperiale. Si faceva chiamare “dio e si­gnore” e in tutto l’impero furono erette molte statue in suo onore. A Efeso, capitale dell’Asia e re­sidenza di Giovanni, vi era un tempio dove si rendeva culto a una statua colossale dell’imperatore.

Al contrario la chiesa del tempo dell’Apocalisse era giovane con un’esistenza precaria. Questa si­tuazione storica si trova ben riflessa nel genere letterario in cui è stato scritto il libro dell’Apocalisse, il genere apocalittico: questo genere letterario infatti si adatta a narrare una situa­zione di estrema vulnerabilità e un futuro tutto affidato alla potenza di Dio.

La prima Chiesa dunque, piccola e indifesa, aveva però qualcosa che l’impero non aveva: la forza interiore della fede nella Presenza del Signore Gesù risuscitato, il cui riflesso era l’agape fra­terna. Questo era il segreto custodito dalla Chiesa, che le dava una certezza di vittoria: “Questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede” (1 Gv 5,4).

In effetti, il tema centrale dell’Apocalisse è lo scontro tra il Bene e il Male e il suo intento è di sve­lare (apokalyptein = rivelare) il risultato finale di questa lotta cosmica, che ha il suo epicentro pro­prio nel capitolo 12. Qui si vede che in gioco è il possesso e il dominio sul cosmo e sul suo destino. Di fatto i segni che portano i personaggi a confronto sono di carattere regale: la Donna celeste porta il diadema di dodici stelle, il Drago è portatore di sette corone e dieci corna, e il Neonato di­vino è destinato a “ereditare lo scettro di ferro” al fine “di reggere” le nazioni.

Il risultato della lotta è la vittoria finale di Dio e del suo Cristo. Malgrado la sua potenza spettaco­lare, apparentemente invulnerabile, la Bestia-Fiera imperiale non è invincibile, anzi “va verso la perdizione” (Ap 17,), mentre la Donna-Chiesa, apparentemente fragile, è destinata a vincere, anzi è già vittoriosa in virtù del trionfo pasquale del suo Signore (Ap 12, 10). Per cui l’appello reiterato dell’Apocalisse è l’upomoné (stare saldi nel fondamento): la perseveranza, la resistenza, la fedeltà, la capacità di soffrire e di sperare.

2. Il segno in chiave simbolica: Israele, Chiesa, Maria

La storia dell’interpretazione di questo brano conosce la duplice identificazione di questa donna prima di tutto come personaggio collettivo, ossia Israele e la Chiesa; poi anche come personaggio individuale in Ma­ria, la madre di Gesù.

Entrambe le letture sono sostenibili, purché le si accosti con lo stile di Giovanni il quale è solito sovrap­porre le immagini e includerle l’una nell’altra. Non solo, ma è proprio del simbolismo di essere aperto, pla­stico, flessibile. I simboli infatti permettono di transitare da un significato a un altro: sono per loro natura evocativi, non definitori; e man mano che li si accosta, ci si accorge che sfuggono a una presa stretta; piut­tosto liberano un’atmosfera e introducono in uno spazio emotivo. In tal modo si differenziano dal pensiero oggettivante, che lavora sulle distinzioni e sulle idee “chiare e distinte”.

La raffigurazione simbolica della donna dunque va interpretata in vari modi. Prima di tutto raffigura Israele, il popolo di Dio, dalle cui viscere è generato il Messia “destinato a governare le genti con scettro di ferro”. Poi l’immagine della donna passa ad indicare la chiesa, in balìa della persecuzione sofferta a causa della fede in Gesù. Infine rappresenta anche la Vergine Maria, conclusione dell’Antico Testamento e punto di passaggio al nuovo Israele, madre del Messia e immagine della Chiesa, alla cui nascita – secondo Gv – Maria collabora nel suscitare la fede nel primo nucleo di discepoli a Cana (Gv 2, 1-12) e infine, insieme al Figlio, viene presentata come principio generativo della Chiesa, là ai piedi della croce (Gv 19, 25-27).

3. La prospettiva pasquale del brano

Un elemento centrale del capitolo è la dossologia di Ap. 12,10.

10Allora udii una voce potente nel cielo che diceva:

«Ora si è compiuta la salvezza,

la forza e il regno del nostro Dio

e la potenza del suo Cristo,

perché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli,

 colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte.

11Ma essi lo hanno vinto grazie al sangue dell’Agnello

e alla parola della loro testimonianza,

e non hanno amato la loro vita fino a morire.

12Esultate, dunque, o cieli e voi che abitate in essi.

Ma guai a voi, terra e mare,

perché il diavolo è disceso sopra di voi pieno di grande furore,

sapendo che gli resta poco tempo».

Tutte le dossologie dell’Apocalisse hanno una funzione interpretativa e celebrativa degli eventi an­tecedenti o seguenti. Il centro della dossologia è: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, perché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fra­telli”. Tutta la scena dunque concentra l’attenzione sulla vittoria pasquale del Cristo, che ha vinto lo spirito del Male e, se continua ad operare nel mondo, è solo per un breve tempo ben delimi­tato.

13Quando il drago si vide precipitato sulla terra, si mise a perseguitare la donna che aveva partorito il figlio maschio. 14Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, perché volasse nel deserto verso il proprio rifugio, dove viene nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo, lontano dal serpente. 15Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. 16Ma la terra venne in soccorso alla donna: aprì la sua bocca e in­ghiottì il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca. 17Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a fare guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. 18E si appostò sulla spiaggia del mare.

Tutto il capitolo, dunque, va visto in questa prospettiva pasquale. Inoltre, la dossologia concentra l’attenzione su due diverse situazioni di esistenza dei discepoli di Cristo: coloro che hanno già vinto il drago sono invitati a rallegrarsi per la vittoria; mentre gli abitanti della terra sono invitati a non temere se esposti agli assalti del Maligno. Sono due momenti del medesimo popolo di Cristo, vit­torioso in cielo ed esposto alla tentazione su questa terra.

Come “scatena la guerra sulla terra” lo Spirito del male? Alimentando le passioni che sorgono dalle sette tendenze radicali dell’uomo: orgoglio, accidia, ira, invidia, gelosia, ozio, lussuria; oppure se­condo 1 Gv 2, 16.2 “tutto quello che è nel mondo – la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita”.

 Il primo quadro: la donna vestita di sole, partoriente (Ap 12, 1-2)

A preparare questa visione centrale come introduzione viene presentato un “segno grande nel cielo” (se­meìon mèga en tò ouranò). Si tratta di un segno, non di un portento. E’ uno spettacolo grandioso da ammi­rare e di cui occorre interpretare il significato. Esso si pone, per il suo potere evocativo, accanto ad altre fi­gure del libro dell’Apocalisse: il Santo in trono (Ap 4), l’Agnello (Ap 5), gli Eletti (cap 7 e 14), il cavaliere vit­torioso (Ap 19) e la Gerusalemme celeste (Ap 21). Uno spettacolo che avviene “nel cielo”, a cui cioè è attri­buito un’idea di trascendenza e quindi va situato a livello celeste. Suo teatro è il cielo. E qui gli elementi ce­lesti, riferiti alla donna (sole, luna, stelle), non possono nella realtà sussistere simultaneamente: è dunque chiaro che siamo nel mondo della simbolica, che non segue le leggi della esperienza del mondo.

Questa donna-segno viene presentata in tre momenti, a tre livelli simbolici:

a) Il primo livello simbolico: la donna celeste

Il termine “guné”, donna, ha una funzione evocativa che il lettore della comunità giovannea, a cui il testo apocalittico è indirizzato, subito comprende: rimanda cioè al rapporto sponsale tra Dio e il suo popolo, e alle vicende tribolate di questo rapporto raccontate dai profeti (cf Ezechiele 16, Osea 2). I tre elementi che caratterizzano questa donna celeste (sole, luna, stelle) ricordano la descrizione del Cantico dei Cantici: “Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole” (Cant 6, 10).

La donna è detto, prima di tutto, essere “vestita di sole”. Il sole, l’astro regale, è il manto di cui Dio è av­volto. E Dio riveste la donna del suo stesso vestito di luce (Sal 104, 1-2: Sei rivestito di maestà e di splen­dore, avvolto di luce come di un manto). La donna appare così amata, curata da Dio, introdotta nel mondo della sua trascendenza. Allo stesso modo della trasfigurazione di Gesù, di cui si dice che “era splendente come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (Mt 17, 2).

La luna che si dice essere “sotto i suoi piedi” non ha alcun particolare simbolismo nell’AT, come invece si è sviluppato in chiave romantica nel mondo artistico occidentale ed in senso simbolico anche presso i Padri della Chiesa. Rispetto al sole, la luna è una luce minore: non ha alcun rapporto particolare con Dio, ma piut­tosto con il mondo umano.

Mentre il sole, sempre uguale a se stesso, è il simbolo dell’immutabilità, la luna con le sue varie fasi di luminosità, è il simbolo della transitorietà. Nell’antichità la luna permetteva di fissare i mesi ed era un punto di riferimento imprescindibile per le assemblee liturgiche: la luna evocava perciò la successione del tempo e l’avvicendarsi dei mesi e delle stagioni. Che poi si dica che era “posta sotto i suoi piedi” non signi­fica che abbia una funzione di sostegno, ma piuttosto che la donna domina la successione del tempo ed è al di sopra dello svolgersi delle vicende umane, senza esserne intaccata, né condizionata. L’idea di porre il piede su qualcuno o su qualcosa per indicare un dominio era usuale nell’AT.

Quando poi lo svolgimento del tempo sarà compiuto e non ci sarà più successione di tempi, allora non ci sarà più spazio per la luna: allora la donna-sposa dell’Agnello usufruirà eternamente della gloria del Si­gnore. Fuor di metafora: nel presente, la donna-popolo, pur essendone immersa nello scorrere del tempo, ha una energia superiore, fondata sulla fedeltà di Dio e garantita dall’alleanza; e qualunque vicenda ri­schiosa accada nel tempo sarà assicurata dal Dio fedele.

Un terzo elemento sempre appartenente al primo livello simbolico della donna è che intorno alla testa è posta una corona di dodici stelle. La corona nell’Ap. non ha mai funzione di ornamento: indica piuttosto il riconoscimento di un premio raggiunto e già conquistato (cf Ap 2,10; 3, 11; 4, 4.10; 14,4); ha dunque il va­lore escatologico di un bene definitivo. La corona è fatta di stelle. Le stelle indicano la zona di Dio. Le stelle nell’Apocalisse sono ripetutamente riferite alla dimensione trascendente della Chiesa. Unendo allora il signifi­cato di corona e di stelle si ha per la donna-Chiesa una situazione di premio nel mondo trascendente di Dio. Il numero 12, usato nell’Ap. ha un particolare rimando alle 12 tribù d’Israele e ai 12 apostoli, e in particolare alla sposa-Gerusalemme discendente dal cielo e fulgente della gloria di Dio.

Raccogliendo insieme, con una visione globale, tutti questi elementi simbolici si ha un quadro in movi­mento. La donna-popolo di Dio viene presentata rivestita con quanto di meglio Dio possiede di proprio. E’ rivestita dello splendore del sole; avendo “la luna sotto i suoi piedi” è superiore alle vicissitudini del tempo; ha già “la corona” del premio escatologico, una “corona di dodici stelle”: segni della trascendenza divina che si riflette sulla Chiesa sposa e popolo di Dio.

 b) Secondo livello simbolico: la donna esprime la condizione del popolo di Dio nella storia

In un secondo momento, la prospettiva del “grande segno” si sposta dal cielo a una realtà terrena e si con­centra intorno a un parto. Si ha così un nuovo nucleo di immagini e un nuovo livello simbolico. La donna-popolo di Dio è madre e madre feconda. In primo luogo viene messo in rilievo lo stato di gravi­danza della donna: “kaì en gastrì échousa: è incinta”. Che cosa significa questo? C’è nel popolo di Dio un’attesa, qualcosa che in esso deve nascere. Dunque, la donna-Chiesa è in tensione e relativa a quel figlio che dovrà nascere dal suo seno. Fuori simbolo il rimando è al Cristo che è generato nel grembo della Chiesa. Tuttavia, dopo questa prima enunciazione, il testo scivola in un secondo livello espressivo: la donna, non solo è incinta, ma è odìnousa: ossia si trova nel travaglio già iniziato del parto. E’ un travaglio lungo e dolo­roso: “gridava avendo le doglie (odìnousa) e essendo tormentata (basanizomène) per partorire”. Il senso della metafora è: il tempo escatologico nel quale il Cristo va affermandosi nella storia è già in atto e fa sentire tutta la sua pressione; e la donna-popolo di Dio lo sta vivendo. Il testo dell’AT più vicino a questo è nell’apocalisse di Isaia 26, 17. Ma anche nel NT è utilizzata l’immagine del parto: Gesù la utilizza per leg­gere il percorso attraverso il quale i discepoli devono passare con la sua separazione da loro (Gv16, 21); Pa­olo lo utilizza per interpretare il cammino storico di liberazione della creazione (Rom 8, 22). Nell’AT (cf Ger 30, 6; Os 13, 13), è abbondante il riferimento alla metafora della donna partoriente per indicare qualcosa di nuovo che sta per nascere ad opera di Dio. Questa ricca tradizione orienta a vedere nella donna parto­riente la figlia di Sion che darà alla luce il Messia.

In questa visuale, questi due elementi  (la “donna celeste” e la “donna partoriente”) esprimono il tempo escatologico della nascita del Messia, come evento che deve verificarsi e verso il quale tutto lo sforzo della storia dell’AT è proteso. In questa attesa è sottinteso il riferimento alla figlia di Sion che genererà il Messia, e di conseguenza anche alla vergine Maria.

Ma se il primo livello simbolico (quello della donna vestita di sole) si adatta ed è stato applicato nella tradi­zione alla Madonna; il secondo (la donna partoriente) non è mai stato riferito a Maria, come esegetica­mente esigerebbe la continuità dell’immagine, trattandosi sempre della stessa donna protagonista. Motivo è forse il fatto che l’applicazione a Maria, della “partoriente nei dolori” andrebbe contro la credenza tradi­zionale del parto indolore.

Il secondo quadro: il drago rosso

Al primo quadro simbolico l’autore fa seguire un improvviso cambio di scena, dicendo al vs 3: “Ed ecco ap­parve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso”. Questa volta non è più detto “grande” segno, bensì semplicemente “un altro”. Si tratta nondimeno di un messaggio cifrato che viene situato in cielo, nella zona della trascendenza divina. Il drago è detto “mégas”, dalla proporzione immane, e “purròs”, del colore del fuoco: si tratta perciò di una bestia dalla forza smisurata e temibile.

Non solo, ma viene descritto “avente sette (pienezza-totalità) teste (vitalità)”. Il drago, dunque, è la mas­sima espressione del male. Ma ha una potenza circoscritta: e questo viene detto simbolicamente affer­mando che la potenza (rappresentata dalle corna), è limitata al numero 10. Il numero dieci indica il limite di una grandezza che pure appare smisurata a livello terrestre.

Il narratore poi presenta la figura del drago senza ancora nominarlo come farà poi al v. 9: “Il serpente an­tico, colui che è chiamato diavolo o satana”. Di lui dice, per ora, che “sulle sette teste” ha “sette diademi”, cioè le insegne tipiche dei re nella loro pienezza. A questa descrizione statica ne segue una dinamica: il drago “con la coda strappa via” un terzo delle stelle dal loro luogo naturale e le getta sulla terra, luogo a loro estraneo. La fonte di questa immagine è con tutta probabilità la visione di Daniele 8, 10, nella quale il profeta designa l’auto-divinizzazione di Antioco IV Epifane. Ed è questa caratteristica che viene attribuita anche al drago: questi vuole creare un nuovo ordine, una sua nuova creazione di cose, e parzialmente ci riesce trascinando parte del mondo celeste (le stelle) sulla terra, proprio come se fosse davvero la divinità.

Ha quindi la tendenza ad auto-divinizzarsi e a profanare il divino sottraendolo alla sua sede soprannaturale. Il senso della metafora del drago è dunque chiaro: è il demoniaco che agisce nell’ambito dell’uomo e attra­verso gli uomini, ma che nonostante tutte le pretese e le apparenze di auto-divinizzazione, non potrà mai stare sul piano di Dio. Il drago è sotto il controllo di Dio.

Il drago, la donna e il figlio maschio

La donna-popolo-di-Dio viene contrapposta al drago: “il drago sta davanti alla donna che sta per generare”. I due segni vengono dal narratore messi l’uno accanto all’altro: da una parte una donna che, pur essendo in una dimensione escatologica, si contorce nel dolore di un parto; dall’altra, un mostro immane, con una po­tenza impressionante che s’abbatte sul popolo-Chiesa con le persecuzioni di tutti i tempi (cf v. 17 “contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù”).

Il parto, preparato e atteso con tanto sforzo, ha finalmente luogo. Il generato è “un figlio (uiòn, maschile) maschio (àrsen, neutro), che pascolerà (os mèllei poimainein) tutte le genti (pànta tà éthne) con verga di ferro”. La prima annotazione è che il termine àrsen (maschio) è al neutro, mentre uiòn è al maschile. Gramma­ticalmente ci sarebbe dovuto essere per concordanza uiòn arsèna, entrambi all’accusativo ma­schile. Questa sgrammaticatura induce a pensare che l’autore dà al termine un valore generico (come inde­terminato è il neutro) e lascia un poco svaporare il riferimento a una singola persona individuata, e cioè a Gesù Cristo (come si deduce dalle altre due volte in cui in Apocalisse si usa il Sal 2: Ap 2, 27 e 19,15) per asso­ciargli i cristiani come è detto nella guerra escatologica di Ap 19, 14-16. Questo figlio è dunque sì il fi­glio di questa donna, ma tende ad allargarsi e ad abbracciare tutti quelli che restano legati a lui. Questa idea non è lontana dall’ambito terminologico e teologico del NT, dove soprattutto con Paolo si parla di una crescita “di Cristo in noi” fino a giungere “all’uomo completo” (Ef 4, 13) e ai Galati si rivolge “come figli che di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi” (Gal 4, 19).

In conclusione, in quel figlio maschio si può intravedere un figlio che è coinvolto con altri in quella comunità escatologica, in quel Cristo totale, che alla fine sarà vittorioso sulle forze del male. E questo viene subito dopo detto attraverso la nuova immagine: quel figlio “fu strappato violentemente (erpàsthe) verso Dio e verso il suo trono” (v. 5). Il “trono di Dio” in tutta l’Apocalisse rappresenta l’onnipotenza divina esercitata nella storia. Quel figlio – che tende ad amplificarsi nella comunità ecclesiale – che appare debole e fragile di fronte alla prepotenza del Male è attratto all’interno della trascendenza di Dio, fin da subito. Nella battaglia finale (cf Ap 20, 8) Satana raccoglierà le “genti” (tà éthne) dai quattro angoli della terra, ma poi sarà scon­fitto insieme ad esse.

Il drago deluso nella sua aspettativa dal rapimento del bambino sfogherà il suo furore contro la donna (Ap 12, 17). Ma intanto la donna-popolo di Dio trova riparo nel deserto. Oltre alla ricchezza simbolica in gene­rale del deserto nella tradizione biblica (è il luogo della tentazione e dell’infedeltà, ma anche il luogo del rapporto ideale dell’amore giovanile tra il popolo e Yahvé), qui nel nostro caso esso appare come il luogo che Dio ha preparato come rifugio e protezione per il suo popolo. La Chiesa è dunque uno spazio dove si at­tua la salvezza, lo spazio sicuro dove lo spirito del Male non può prevaricare.

Il racconto della battaglia contro il male si amplifica con un altro racconto, quello di Michele con i suoi an­geli che si coalizzano per la guerra contro il drago. Cambia la figura, ma non cambia il senso. Le forze del male “il serpente antico, chiamato il Diavolo e Satana, che seduce tutta la terra fu precipitato” (Ap 12, 9). E allora viene intonato un inno di lode per la vittoria su colui che ha ingaggiato la battaglia contro i popolo di Dio ed è “stato vinto con il sangue dell’agnello” (Ap 12, 11).

P. Antonello Erminio

Ascolta l’audio della 5a meditazione.