Non è stata una semplice coincidenza se, il 25 gennaio, domenica della Parola e ultimo giorno della settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani, in Casa Madre si è tenuto il 2° incontro con la Parola guidato da P. Antonello Erminio che, come è nel suo stile, con grande passione e profondità ha condiviso la Parola risvegliando in noi il desiderio di reincontrare Gesù. Solo dall’incontro di Gesù il nostro cuore si trasforma e ci rende strumenti di comunione, di speranza e di vita nuova.
Qui a seguire, l’audio della catechesi e una traccia della sua riflessione.
prima parte dell’audio:
seconda parte dell’audio:
Il nostro cammino ha l’intento di aiutarci a reincontrare Gesù Cristo. Il motivo è che tutto ciò che è conosciuto rischia di non suscitare più interesse. E quindi di restare estraneo alla nostra coscienza. Accade una sorta di annebbiamento dello spirito. Parliamo di Gesù, ne leggiamo le parole e i gesti, ma tutto resta appannato. Ci vuole un tocco dello spirito o un’intuizione di grazia, come una folata di vento, per toglierci dalla semioscurità di una fede languida.
Come avviene il distacco dalla fede? Quel che si perde prima di tutto è l’esperienza e l’incanto, cioè il “sentire” che lo stare con Gesù è qualcosa di bello, (qualcosa che ti prende!), mentre le idee, i concetti, i pensieri su di lui restano resistenti quanto i virus negli ospedali. Così le idee e i concetti anche religiosi, staccati dall’esperienza, sopravvivono senza convinzione e solo per un certo tempo, perché non sono più portatori di una verità vissuta, di una bellezza e di un bene trovati. Hanno un’esistenza debole, sono come ombre, e un bel giorno cambiano di significato o scompaiono. Scomparendo, lo fanno senza traumi, senza che si provi dolore per loro. Tutto questo non avviene solo a livello personale, ma anche in generale. E’ già avvenuto nella nostra Europa ed è un’esperienza assai comune tra noi. Vuol dire che la presenza del Signore ha lasciato dei segni (come le opere d’arte) ma hanno perduto il loro significato: nessuno li comprende più, tranne forse qualche specialista che continua a parlarne nel suo ambiente. Per gli uomini “normali” sono puri geroglifici, non più comprensibili di quanto lo siano i geroglifici egizi.
Per uscirne ci vuole una provocazione.
- Il passo fondamentale per togliere la polvere dalla abitudine religiosa del cuore è prendere contatto con l’autenticità della nostra umanità. Nel nostro tempo troppo sovente ci muoviamo alla superficie della vita: lavoro, rapporti più o meno autentici, casa, investimenti affettivi, momenti di distrazione e ludici. Tutto questo si sedimenta in noi come abitudine, e nel peggiore dei casi diventa noia esistenziale. Se la guardiamo attentamente, anch’essa può essere utile e diventare materiale di costruzione. Basta solo prendere coscienza che tutto questo porta in luce la nostra condizione di precarietà.
C’è una pagina di Rainer Maria Rilke che lo ricorda senza sconti:
“… per noi, vivere è svanire; ah noi
ci esaliamo, sfumiamo; di brace in brace
buttiamo odore più lieve. Ecco qualcuno ci dice:
tu mi entri nel sangue, questa stanza, la primavera,
s’empie di te … Che giova: egli non può trattenerci,
noi svaniamo in lui e intorno a lui. E la bellezza
oh, chi la trattiene? Sul volto la sembianza
sorge e sparisce senza posa. Come rugiada dall’erba
quel che è nostro svapora da noi, come il calore da vivanda calda” (Seconda Elegia).
Questa esperienza umana molti la coprono con il cinismo: “Non possiamo farci niente, il tempo comunque ci consuma, non pensiamoci, anneghiamo il cuore nelle banalità della vita. Rassegniamoci!”. Ma non può resistere a lungo, presto o tardi diventa inquietudine. Questo è il punto giusto di rottura con il passato. La percezione della nostra precarietà può diventare una energia di vita poiché apre un varco per desiderare ciò che resiste all’usura del tempo. E’ questa ricerca che ci fa sentire la potenza dell’incontro con Gesù come risolutore della tensione del cuore. “Non sono cristiani, almeno, non lo son fino in fondo – scriveva Charles Péguy – perché perdono continuamente di vista quella precarietà che è per il cristiano la condizione più profonda dell’uomo; perdono di vista quella profonda miseria. Si autogiustificano sempre. E non tengono presente che bisogna sempre ricominciare. E’ una precarietà eterna. Niente di acquisito è acquisito per sempre. E’ la condizione stessa dell’uomo. Ed è la condizione più profonda del cristiano …. La cosiddetta “gente onesta, giusta” hanno la pelle intatta, diventata di cuoio, e una corazza senza fori. Non hanno quell’apertura che solo una ferita vergognosa apre. Non possono essere raccolti se non sono caduti. Costoro non si lasciano bagnare dalla grazia, sono impermeabili” (Ch. Péguy, Note conjointe sur M. Descarts et la philosophie cartesiane, p. 1311).
- Quando i primi discepoli hanno incontrato Gesù, là sulle rive del Giordano avevano un cuore così: erano ricercatori. Erano desiderosi di sapere come salvarsi “dall’ira imminente”, come predicava Giovanni. Cercavano. Anche per noi può ripetersi lo stesso incontro. Quel primo incontro che essi hanno fatto è un archetipo dal momento che è stato scritto. La Chiesa lo ha accolto come “Parola di Dio”, cioè parola con cui Dio continua a parlare nella nostra storia. Perciò è un evento che permane, su cui ogni credente è chiamato a modellarsi, perché questo è il modo con cui avviene la nuova creazione del mondo, quella incentrata su Gesù.
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?“. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete“. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa” – che significa Pietro. Il giorno dopo Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: “Seguimi!”. Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo trovò Natanaele e gli disse: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret”. Natanaele gli disse: “Da Nazaret può venire qualcosa di buono?”. Filippo gli rispose: “Vieni e vedi”. Gesù, intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: “Ecco un Israelita autentico in cui non c’è falsità”. Natanaele gli domandò: “Come mi conosci?”. Gli rispose Gesù: “Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi”. Gli replicò Natanaele: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!”. Gli rispose Gesù: “Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!”. Poi gli disse: “In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo“.
Due giovani, dunque, seguono questo predicatore ambulante che battezza e annuncia un cambiamento radicale del mondo. Sono suoi discepoli. Hanno deciso di dare fiducia alla sua predicazione di penitenza, perché sta nascendo un mondo nuovo. Dirà Matteo: “Colui che viene dopo di me, tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”: “Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò, ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco”. Ma ecco che Giovanni il Battezzatore, vedendo passare Gesù, lo addita come Agnello di Dio. E’ un termine carico di significato, poiché assume tutto il peso dell’AT: esso ricorda il futuro Messia sotto le spoglie di agnello pasquale (Es 12, 3 ss.) e di agnello portato al macello trafitto per le colpe del popolo (Is 53,3-8). I due s’incuriosiscono, e s’incamminano dietro di lui. E lui, sentendo i loro passi, si volta e pone la domanda: “Che cercate”. Un poco impacciati, rispondono con un’altra domanda: “Maestro dove abiti (ποῦ μένεις;)”. Il verbo greco: indica dove è possibile stare con te? Stabilire un rapporto per imparare? E’ un verbo di amicizia che presuppone un legame. E Gesù allora risponde: “Venite e diventerete vedenti (ὄψεσθε)”, cioè vi si aprirà una visione. Questo è il senso esatto del verbo. Stando con me, vi si aprirà la visione di un mondo nuovo. Ed essi andarono e fu l’inizio di un’avventura senza fine.
Da questo abbozzo inizia una catena di incontri. Quello di Pietro, trascinato da Andrea. E quello diretto di Filippo. E poi soprattutto quello dell’intellettuale Natanaele (figura del razionalista moderno), per il quale Gesù per convincerlo deve usare l’astuzia dell’elogio della sua. E alla fine nella narrazione viene ripreso il verbo iniziale (ὄψεσθε – eccovi la visione)): “Vi si aprirà alla vista il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo”. L’immagine della scala su cui salgono e scendono gli angeli rimanda al sogno di Giacobbe (Gen 28, 11 ss), mentre era in viaggio verso la terra originaria di Abramo per cercare una moglie che appartenesse alla stirpe della vocazione con cui Dio aveva chiamato suo nonno fuori dal paese di Canaan. In questo sogno Giacobbe vede una scala la cui cima raggiungeva il cielo e gli angeli che salivano e scendevano, mentre la voce del Signore rinnovava la benedizione di padri. Gli angeli nella Bibbia sono la simbolica dello scambio tra Dio e l’uomo: esso sono i suoi messaggeri. Qui la scala è il Figlio dell’Uomo, cioè Gesù, il Figlio che ha assunto la carne umana. E’ lui ora il tramite dell’uomo con Dio. Qual è dunque la visione? I discepoli, incontrando Gesù, possono vengono a contatto con il Dio fatto carne ed entrare nella sua intimità.
- Siamo di fronte all’avvenimento di un incontro, cioè di qualcosa che accade senza preavviso, senza essere anticipato con la propria immaginazione. E’ un imprevisto. Dio accade sempre come non programmato: basta seguire le circostanze. Nel tempo che passa e nella circostanza presente, lì Dio si rende presente. La situazione di molti credenti è che restano sempre sulla soglia della fede. Un’esperienza di rinnovamento della propria umanità nella fede avviene solo ci si lascia incontrare. Non siamo noi che dobbiamo incontrare: è Lui, il Signore, che si fa vicino a noi. A noi è chiesto di riconoscerlo e aprire la porta di casa nostra come ha lasciato scritto una convertita degli anni Trenta del secolo scorso, Sigrid Undset:
“Dio poteva obbligare gli uomini a obbedire come fanno le stelle. Egli, invece, si è fatto uomo e ha deposto la sua onnipotenza all’uscio delle case degli uomini. L’onnipotente che regge il cosmo se ne va come un mendicante tra la folla delle anime umane chiedendo come elemosina di spartire le ricchezze misteriose del suo essere. … “Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi”: da allora egli si è messo a pellegrinare di tenda in tenda, di casa in casa, bussando alle nostre porte per essere invitato a mensa, reggendo tra le mani il dono della sua eternità (Apocalisse 3,20). Ma, proprio perché non ci ha creati come stelle che sanno solo dire «Eccomi!», simili a sentinelle senza libertà (Baruc 3,34-35), egli è pronto a sentirsi dire di no, anzi, ad essere persino cacciato in malo modo”.
Con la vocazione al cristianesimo, Gesù è venuto a cercarci e continua a cercarci, ad uno ad uno. Anche per ciascuno di noi si aprirà una visione nuova sulla vita non appena noi mettiamo in moto la nostra libertà, e ci consegniamo a Lui. Quest’operazione dello spirito inizia quando di Gesù se ne percepisce la portata, lo si stima, ci si lascia permeare e penetrare. Il cristianesimo è qualcosa che ci raggiunge. Ma che cos’è questo qualcosa? E’ la tenerezza di Dio che ha deciso di prendere casa in te. E lo fa nel Figlio, che si è incarnato. Ed ora glorioso con la sua umanità nel grembo di Dio è perennemente rivolto verso l’umanità, e come magnete attira a Sé.
Si incontra veramente soltanto se c’è un’attesa. L’attesa non decide che cosa si incontra: ma tiene l’occhio vigile che permette di vedere. Il problema è che siamo entrati in una fase antropologica della sazietà, che oscura la visione. In primo piano sono le cose da fare o i progetti sulla vita o i godimenti da costruire. E questo oscura il desiderio.
Senza desiderio anche la fede si spegne. L’adesione e il legame con il Signore Gesù diventa pallido. Ma il desiderio è energia che rilancia sempre di nuovo la vita. Il desiderio è come la luce che sfiora e lambisce tutte le cose senza violarle: restano quello che sono, ma diventano splendenti perché illuminate. Il desiderio illumina la vita. Il desiderio non è il possesso della realtà, anzi è il non possesso: poiché quado hai fatto diventare tuo possesso una cosa, quella cosa ti assorbe e ti domina sul principio per poi deluderti. Per questo una fede ha bisogno del desiderio per essere vivace. La fede è sempre principiale, è sempre all’inizio. E’ come l’amore, non si esaurisce nell’atto di amare. Deve fiorire sempre. E’ sempre all’aurora. Così quando subentra la stanchezza, l’abitudine, la noia, il disinteresse, vi è sempre un punto intatto dell’animo umano, che non si rassegna; e da cui sgorga nuovo desiderio e attesa di un qualcosa. Bisogna curare questo punto sorgivo: provare a sentirlo dentro di sé. E’ così che la vita cristiana è viva. Poiché il cristianesimo non è il dogma che ci tiene in chiesa, ma l’incontro con la Verità che ci tiene in vita.
P. Antonello Erminio

