Dalla morte alla risurrezione

Domenica, 14 gennaio 2024, le Suore e un  gruppo numeroso di laici provenienti anche dai paesi vicini si sono ritrovati nella bella cornice della Casa Madre per il 2° incontro di catechesi con P. Antonello per approfondire un tema non solo interessante ma sopratutto molto coinvolgente: “Dalla morte alla Risurrezione: credo la risurrezione della carne”. Condividiamo l’audio e riportiamo il testo della catechesi perchè, chiunque possa ascoltare e fare tesoro di una riflessione così profonda e rassicurante sul nostro futuro.

audio prima parte:

audio seconda parte:

“Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10)

La morte nella forma umana della vita è “un’ingiustizia”, cioè, arriva sempre prematuramente, sempre anticipatamente, (anche per un vecchio), perché l’energia della vita preme perché ci sia ancora vita. La forma umana della vita “vuole”, cioè, porta inciso nel suo DNA, che ci sia ancora della vita, sempre. Quella che si è vissuto non basta mai. Non solo però quantitativamente, ma qualitativamente. Per cui la morte porta con sé sempre un trauma. Non c’è naturalezza nella morte. Per questo c’è una differenza abissale tra la caducità di una foglia, o di un animale, e la morte di un essere umano. Foglia e animale muoiono naturalmente, esaurito il loro ciclo vitale. Questi esseri (pianta o animale) “periscono”, ma “non muoiono – direbbe il filosofo Hegel – nel senso che obbediscono alla legge che regola il ritmo della natura, per la quale “tutti abbiamo i giorni contati” (Sir 17, 2; 37, 25). Ma dove sta la differenza? La differenza è che noi “contiamo” i giorni di vita, mentre l’animale non li conta. La morte tocca la coscienza, è un’esperienza della vita: noi facciamo esperienza della morte del padre, dell’amico, dell’amato e noi stessi dobbiamo attraversarla.

“Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo; non le leggi della materia e dell’evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona. E se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi, allora veramente l’inesorabile potere degli elementi materiali non è più l’ultima istanza; allora non siamo schiavi dell’universo e delle sue leggi, allora siamo liberi. … Il cielo non è vuoto. La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è uno Spirito che in Gesù si è rivelato come Amore” (Benedetto XVI, Spe Salvi, 5).

Gesù entra nella morte umana portandovi il principio divino dell’amore

Anche Gesù entra dentro la morte e ne patisce il dramma. Gesù non è immortale come gli dèi pagani. Gesù avrebbe potuto sfuggire alla morte, ma non arretra di fronte ad essa, anzi vi entra volontariamente: “Per questo il Padre mi ama, perché io offro la mia vita …. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso” (Gv 10,17). Nel Getsemani non scappa dalla morte, ma attraversa il buio della morte introducendovi il principio del restare legato al Padre e della donazione di sé, cioè dell’amore di Dio. E questo legame con il Padre diventa il principio della risurrezione: “Dio (il Padre) lo ha risuscitato, sciogliendolo alle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere” (At 2, 24). Perché non era possibile? Perché quello del Signore Gesù è un corpo umano totalmente impastato di “voler bene” (amore) che è principio che fa vivere. La vita in Dio è il “voler bene” originario da cui tutto prende origine.

La risurrezione non è una rianimazione

La risurrezione non è il rianimarsi di un corpo non più vivente. Non è il ritornare alla vita di prima come è accaduto per Lazzaro di Betania o per il figlio della vedova di Nain (Lc 7, 11), o per la figlia del capo della sinagoga Giairo (Mc 5, 35 ss. = Lc 8,49 ss.) Ma è una dimensione diversa, che chiamiamo “gloriosa”, poiché investita dell’amore di Dio che la rende trasfigurata, in quanto assume una forma secondo il modo di essere di Dio: “diversa” (ma non “altra”) dalla precedente forma terrena quando quel corpo era presente nel mondo. In questa condizione gloriosa il nostro corpo non è più legato alle funzioni della biologia terrena, è trasfigurato dallo Spirito di Dio. Dice Gesù, riferendosi al caso che i sadducei gli hanno posto della donna che ha avuto sette mariti: “Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie. Quando risorgeranno dai morti non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli” (Mc 12,25 ss. = Mt 22, 24 ss. = Lc 20, 28 ss.).

Per intuire che cosa possa essere una risurrezione già su questa terra ci accadono sprazzi di questa esperienza di una “corporeità trasfigurata e glorificata”, ad esempio quando otteniamo un esito sommamente soddisfacente dopo aver molto sofferto per quel risultato, o quando siamo stati sorpresi da un affetto gratuito e inimmaginato che ci ha fatto sentire pienamente accolti e voluti bene. In queste e simili esperienze anche il nostro volto – ci dicono coloro che ci guardano – è trasfigurato e noi ci sentiamo come portati in una dimensione di felicità che – metaforicamente diciamo – ci mette le ali ai piedi. In queste esperienze viviamo in una dimensione differente da quella normale, in cui ci sentiamo appesantiti dalla fatica, eppure è il nostro stesso corpo.

La risurrezione è una forma diversa di vita dalla presente: è una trasformazione della nostra umanità

Che cosa accade quando brucio un pezzo di legno? La sostanza di quel legno si trasforma in cenere, e la cenere è quel legno che ha ricevuto una forma diversa dalla precedente. Che cosa accade se metto una pentola d’acqua a bollire sul fuoco? Diventa vapore, e che cos’è quel vapore se non l’acqua che si è trasformata in uno stato diverso dal precedente, cioè gassoso? Le metafore sono utili per introdurci a comprendere qualcosa che non cade immediatamente sotto i nostri occhi: ci dicono qualcosa che non è esprimibile con le parole della chiarezza logica. Anche Gesù e san Paolo ricorrono alla metafora della trasformazione per parlare della risurrezione attraverso la morte.

“È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato (δοξασθῇ: passivo divino: che il Padre lo faccia splendere di gloria). In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto (Gv 12, 23-24). 

“Come risorgono i morti? Con quale corpo verranno? … Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore … non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere, e Dio dà un corpo, secondo quanto ha stabilito, a ciascun seme. Non tutti i corpi sono uguali: altro è quello degli uomini e altro quello degli animali … Così avviene anche nella risurrezione dei morti: [il corpo] è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale (σῶμα ψυχικόν), risorge corpo spirituale (σῶμα πνευματικόν) [impastato o amalgamato in unità con il Pneuma, lo spirito di Dio datore di vita]. … Ecco, io vi annuncio un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati (ἀλλαγησόμεθα), in un istante, in un batter d’occhio … i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità (ἐνδύσασθαι ἀθανασίαν) e questo corpo mortale si vesta d’immortalità” (1 Cor 15, 35-54).

Pur mantenendo la distinzione (non: “separazione”) fra elemento biologico-visibile (che, nella morte, diventa inoperante e passivo), ed un elemento spirituale-invisibile (che assicura una linea continuativa del soggetto che muore), oggi è quasi unanimemente riconosciuto che i due elementi non possono essere considerati rigidamente separati, ma per quanto riguarda il “fenomeno umano” si devono considerare in una misteriosa e reale connessione. Così la mente/coscienza non si riduce al cervello poiché non funziona su base di logaritmi prefissati. Nella coscienza umana vi è infatti la libertà che accende orientamenti e opzioni uniche per ogni persona. Eppure, per l’uomo c’è bisogno di tutta la rete neuronale come il lavorìo delle sinapsi perché il pensiero funzioni: in altre parole ha bisogno del sostrato del cervello per poter pensare, ricordare, ragionare. Questa riflessione orienta ad evitare gli estremi di un materialismo biologista e di uno spiritualismo disincarnato, sottraendo la concezione del corpo umano al predominio della biologia indotto dalle scienze mediche e in genere empiriche. Il corpo umano infatti è quello spazio in cui l’anima si riflette e si comunica. Dire “corpo” vuol dire linguaggio, ordine degli affetti, comunicazione, incontro con altri/altro. Il corpo è un crocevia dove l’uomo incontra ciò che gli è esterno e entra in rapporto con esso. Il corpo, perciò, è il punto d’attacco dell’interiorità umana con il mondo o, meglio ancora, è il mondo toccato dallo spirito e che s’intreccia con esso. Pertanto, la concezione del corpo come sola struttura organico-biologica è riduttiva e incapace di considerare il corpo umano come condizione attraverso cui la coscienza si istituisce e la libertà si dischiude. Per questo, la considerazione del corpo umano non può essere ridotta unicamente alla sua biologia.

“Nella morte siamo nel Signore”

Stante il fatto che in un essere umano non si può essere un corpo senza anima, né un’anima senza il suo corpo, l’interpretazione della morte come semplice immortalità dell’anima che si separa dal corpo diventa di difficile comprensione. Sorge allora la domanda: come può la persona umana nella sua spiritualità, cioè nella sua anima o interiorità, persistere stante che, nella morte si trova, separata dal suo corpo organico?

Qui si deve, prima di tutto, aprire l’orizzonte del modo di pensare il corpo umano. Il percepire, il ricordare, l’immaginare, il riflettere, il pensare sono sempre “vissuti” del soggetto singolo connotati corporalmente. Il “mio” corpo è infatti intriso di soggettività, è un corpo-soggetto, non è solo ‘schema di un meccanismo’, né qualcosa che io “ho”, né uno strumento estrinseco alla mia interiorità; ma “Io sono anche il mio corpo”. Vi è pertanto da fare una distinzione tra ‘corpo vissuto e umanizzato’ (in tedesco Leib, in italiano corpo umano) e ‘corpo anatomico e biologico’ (in tedesco Körper, in francese chair). Il corpo non è mai del tutto riducibile a un “oggetto” analizzabile in tutto, perché mentre sente o vede le cose, le sente e le vede nella coscienza di essere senziente.

In secondo luogo, interviene la Rivelazione: “Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore” (Rom 8, 14). I vissuti di coscienza, il valore delle azioni, le relazioni e gli affetti della storia personale, restano impressi nel corpo e, per così dire, lo impregnano, essendo diventate parte integrante dell’identità personale. E pertanto è precisamente questa identità personale “storico-corporea” che sta di fronte al Signore della storia nel giudizio immediato e personale che avviene nella morte. Nella morte la nostra umanità, infatti, è abbracciata dal Signore Gesù Risorto ed è sotto il giudizio in Lui.

Nella morte l’Io storico e personale di ciascuno (non riducibile né alla biologia, né all’anima spiritualizzata senza corporeità) è già nella relazione con il Cristo risorto al cui cospetto è giudicata e, in seguito al giudizio, ne è attratta o respinta. In questa visione è assicurata l’immortalità, ma non di un’anima “separata”, ma di un’anima arricchita di quella “umanità storica” che è parte integrante dell’anima spirituale, e in questa condizione nel giudizio già gode della pienezza del mistero trinitario o del dramma del suo allontanamento. Però poiché questo non è ancora la piena realizzazione della persona, in quanto essa è stata partecipe della storia del mondo e i riverberi delle sue azioni e decisioni nel bene e nel male, continuano a influenzare il mondo umano e la storia che pure ha lasciato alle spalle, essa –  nel nostro modo di pensare nella successione del tempo – può anche essere considerata “in attesa” della trasformazione della materia nella gloria “dei figli di Dio” (cf Rom 8) del cosmo intero alla fine della storia o nella dannazione eterna.

In conclusione, è bene ricordare che questa “nuova vita”, che Gesù ha promesso è certa sulla sua Parola; il modo, tuttavia rimane totalmente fuori del nostro spazio sperimentabile, per cui occorre essere ben consci dei limiti delle nostre affermazioni. Le quali procedendo come estrapolazioni intuitive dal mondo presente, non traggono la loro evidenza dal ragionamento, ma dal loro raccordo con la Rivelazione. Il tutto ci sarà chiaro quando saremo là, dove “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano (1 Cor 2, 9).

Possiamo essere certi del nostro futuro?

Spontaneamente viene da pensare che il Dio che dall’eterno ha destinato un soggetto umano alla comunione con sé, sia anche il futuro della sua identità personale (Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. … È piaciuto infatti a Dio … che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose: Col 1, 16-19). Ma possiamo esserne certi? A permettere il superamento di questo fossato è la virtù della speranza, la quale trova la sua certezza non in un ragionamento, ma nell’affidamento alla potenza creativa di Dio rivelatasi, come principio dinamico di tutta la creazione, in modo folgorante nella risurrezione di Gesù Cristo. Alla volontà di Dio di comunicare se stesso all’uomo non potrà opporsi nulla, né la morte, né la fine del mondo. La speranza cristiana esprime precisamente la certezza che la vita dell’uomo è nelle mani buone di Dio, perché tenute aperte dal sacrificio redentore di Cristo. Perciò quel Dio che “si ricorda” dell’uomo mentre egli svolge nel tempo la sua storia umana, è anche quel Dio che “si ricorda” dell’uomo nel momento in cui il suo corpo viene meno a questo mondo. E la memoria per Dio è atto creativo nello Spirito che mantiene nella vita dandole continuità. Dio è memoria per l’Uomo poiché dà continuamente il suo Spirito: il suo soffio vitale è la garanzia della vita eterna.

Perciò qualunque affermazione sul mistero della morte non è oggetto di una conoscenza anticipata del futuro. Sperare è un’attività diversa dal conoscere. Colui che conosce constata, argomenta, definisce, deduce. Il conoscere è orientato verso risultati chiari, univoci, il più possibile conclusi. Chi spera invece, pur constatando nella realtà contraddizioni, fratture, abissi, oscurità e persino assurdità, non chiude la possibilità di un cambiamento e del sorgere di una realtà nuova. Sulla base di chi e di che cosa? Sul fatto che la propria esistenza è tenuta insieme da un amore che l’ha voluta e che, nella fede cristologica, sappiamo essersi mostrato in tutta evidenza come amore sacrificale orientato a far sì che la creatura umana “abbia la vita e la si abbia in abbondanza” (Gv 10, 10). Chi spera sa che il Dio della vita può e, secondo la parola di Gesù lo farà, dare la vita oltre la morte perché il suo cuore è pienamente radicato nella certezza dell’amore di Dio.

P. Antonello Erminio